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It’s a beautiful day (don’t let it get away)

Premessa: sono una donna distrutta. Tanto per fare un esempio ieri sono scesa alle 9 e mezza, ho seguito il corso, fatto la simulazione dell’esame, poi sono andata in redazione. E sono tornata alle 22.30. Roba che nel fare i titoli pensavo, come si suol dire, alle vacche in Puglia e pure un poco a com’era bello quando in una giornata avevo non dico tempo libero, ma almeno quello di fumare una sigaretta.

E comunque il corso è quasi finito e io sono contenta perché sinceramente non tengo né la capa né l’età di stare 8 ore al giorno seduta a seguire lezioni. In realtà non l’ho mai avuto e mi sono sempre data alla nobile arte del cazzeggio, ma se qui scappassi dal corso dovrei andare a lavorare e quindi comunque non risolvo molto.

Oggi però scappo davvero perché vado al concerto degli U2, con un biglietto preso talmente tanto tempo fa che nel frattempo tantissime cose sono cambiate.

Tolta l’unica nota positiva di questa settimana, vorrei avere un po’ di tempo per pensare.

E anche per studiare perché io, ad essere onesti, non ho ancora capito da quanti membri è composto il Consiglio di Stato e chi li nomina. Vorrei anche riflettere sul fatto che sono sempre stata convinta che avrei fatto il compito di politica, e invece alle due simulazioni che abbiamo fatto in questa settimana mi sono buttata sul pezzo di cronaca con le agenzie, perché mi sono fatta sostanzialmente prendere dal panico e avevo paura, con il tema, di  andare fuori traccia o dimenticare di raccontare un passaggio importante o ancora abbandonarmi a commenti (non opinioni, commenti). Vedremo. La sintesi invece ho scoperto che non mi spaventa. Mi spaventerebbe sintetizzare in 30 righe un fatto denso di cronaca, perché ho la tendenza ad essere prolissa. Ma se mi danno, come pare, una pagina in cui non c’è una notizia degna di questo nome manco a pagarla oro, beh, lì non è più tanto difficile.

Ps. A me il fatto di Sarah Scazzi, dello zio orco e della mamma che scopre tutto in diretta a “Chi l’ha visto?” ha fatto davvero venire il freddo addosso. Anche perché in questi giorni sto approfondendo i limiti del diritto di cronaca.

A.

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Solo un giornalista

Il 23 settembre di 25 anni fa io ero troppo piccola.

Di Giancarlo Siani ho letto, ho sentito parlare soltanto ben dopo la sua morte.

Giancarlo era amico di gente che conosciamo. Per noi nati negli anni Ottanta è una specie di santino.

È un ragazzo morto più o meno alla nostra età per aver fatto il suo mestiere. Un morto sul lavoro, ma scrivere la verità non è un lavoro normale e allora Giancarlo Siani è un morto di camorra.

Morto per il peso inconsapevole delle sue parole. Che ne sapeva, lui, che di parole si può morire? E noi lo sappiamo quanto può essere insostenibile il peso delle nostre parole, quelle di chi scrive per raccontare la verità agli altri?

Oggi dicono che era abusivo, lui lo sapeva che abusivo era un traguardo da conquistare. Siani era un precario, uno che tutti i giorni butta il sangue in strada per quattro lire, quando arrivano. Ma era bravo e sapeva che ce l’avrebbe fatta, per questo non ha mai mollato e non è diventato ufficio stampa/impiegato di banca/postino ecc. Finché il sangue non gliel’hanno fatto buttare davvero.

Per noi che non lo conoscevamo Siani è un eroe. Con tutto il rispetto, non credo volesse esserlo. Io che oggi ho l’età in cui lui è rimasto congelato per l’eternità non vorrei essere un eroe, solo una giornalista. Anzi, una cronista. Una che vede e racconta. E questo faceva Giancarlo, vedeva, e raccontava. Raccontava la verità perché questo è senso del mestiere in cui credeva. Non si è tirato indietro, dinanzi a questa verità. O forse soltanto non ha avuto il tempo di farlo.

Non ci sono grandi lezioni da imparare, se non l’amore per un mestiere che ti porta a macinare chilometri, svegliarti la mattina, andare a dormire tardi la sera, fare mille sacrifici, lavorare 20 ore al giorno e cercare la verità, sempre, comunque.

Giancarlo Siani era solo un ragazzo che sognava di fare il giornalista.

A.