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Di chi è la colpa?

Mia, perché non dico mai di no. Dei miei capi che non capiscono quando è il momento di smetterla di torchiarmi. Mia che mi lascio troppo coinvolgere. Dei miei capi che in appoggio mi mandano un sasso. Mia che ogni volta è come ricominciare da capo. Dei miei capi che non mi ascoltano quando chiedo aiuto. Mia che poi alla fine crollo e vorrei piangere, ma ho dimenticato come si fa.

E poi è colpa della pioggia che non ha smesso di cadere per un’intera giornata, dell’acqua che mi è entrata negli stivali, da sopra, di San Gennaro che non ha sciolto il sangue, dello staff di Lettieri che è disorganizzato e non sa nemmeno dirti dove si trovano, di chi ieri ha lanciato una bomba-carta in piazza Bovio, poco distante da un comitato elettorale dello stesso Lettieri.

Una sventura, quella di ieri, cominciata troppo presto e con poche ore di sonno alle spalle. Prima tappa l’Istituto Filippo Smaldone, in salita Scudillo, insieme a Lettieri al quale non solo la Digos ha deciso di rafforzare le misure si sicurezza, ma anche i miei. E io gli ho fatto da scorta. Un’auto in più nel corteo: la mia. Seconda tappa piazza Colli Aminei, sempre sotto la pioggia. In un bar, mentre lui era sotto intervista, ragazzi che avevano fatto filone hanno cominciato a intonare Bella Ciao. Ma no, Gianni, non ti rabbuiare, non ti hanno riconosciuto e quindi non è una contestazione. Poi il Bosco di Capodimonte, anzi no, perché piove  e allora siamo andati direttamente al corso Amedeo di Savoia. E qui, cari, vi saluto. Perché ho freddo, fame e sonno e devo pure fare la pipì. In quello stesso momento mi hanno fatto sapere che era esplosa una bomba carta e “Trova Lettieri e chiedigli un commento”. Telefono, telefono, telefono. Ho sperato di essere libera fino alle 16, perché poi sarei dovuta andare alla processione per San Gennaro e il Giubileo della Legalità. Sempre sotto la pioggia.  Invece no. “Stai con Lettieri finché puoi”. A un certo punto ho anche pensato che l’attentato gliel’avrei fatto io se il suo staff continuava a non darmi informazioni su dove trovarli. Poi li ho lasciati e sono andata al Duomo. Sempre sotto la pioggia.

Nel bagno di un bar ho cercato di darmi una sistemata, tornare un po’ femmina oltre che targato gs o cs, bagnata, con i capelli in disordine e l’acqua nelle scarpe. Ho bevuto una camomilla e sono ripartita. Il mio compito era duplice: un occhio al miracolo e alla parte religiosa, l’altro a chiedere a chiunque un commento sul clima d’odio in città.

Il portavoce di Sepe, prima dell’inizio di tutto, ci aveva, come sempre, dato una copia dell’omelia del cardinale. Parole forti contro i rifiuti ancora in strada. Ho preparato il pezzo e l’ho tenuto in stand-by in attesa che Sepe lo dicesse dall’altare. Solo che non l’ha detto. Che fare? Il portavoce dice: “Avete un testo scritto”. E’ il suo via libera. Il bello di avere il testo è che lavori con calma, mandi i pezzi con il telefono e quando è tutto finito hai già finito anche tu di scrivere. San Gennaro, però, il miracolo non l’ha fatto. (Il sangue si è sciolto una mezz’ora fa)

Così mi restava Caldoro, sempre sotto la pioggia. Ma abbiamo parlato in chiesa e sempre del clima d’odio in città. E mentre scrivevo la prima telefonata. “Facimm ‘o piezzo che il sangue non si è sciolto”. Dettato. Poi sono tornata a scrivere e l’altra ragazza che avrebbe dovuto darmi una mano ha preso a telefonarmi in continuazione. Cazzo, non capisci che se attacco la telefonata sto facendo altro? Evidentemente no. Anche perché ha chiamato un collega che era con noi per lasciargli un messaggio per me, di chiamare in redazione e dire che no, non c’era bisogno che lei restasse al Duomo a fare la veglia con i fedeli. Ma sticazzi?

Non avevo ancora finito di scrivere del maledetto clima di odio in città by Caldoro quando mi hanno richiamato. “Hanno contestato a Lettieri, a Chiaiano. Curre là”. I nervi crollano, le dighe cedono e io un po’ piango o almeno ci provo. Ho telefonato all’inutile staff di Lettieri per chiedere cosa cazzo fosse successo. Stupide stupide contestazioni del cazzo, ma tutto rientrato, quindi non è necessario scapicollarsi per arrivare lì.

Sotto la pioggia, bagnata, infreddolita, affamata. Con due colleghi, uno amico, uno nuovo, stavo per cedere. Ho sentito la socia. “Vuoi venire qui?”, “Sì”, ho risposto. Ne ho bisogno.

L.

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Un venerdì di violenza

La violenza va condannata. Sempre. In ogni sua forma, contro chiunque venga perpetrata. La città oggi è stata un immenso campo di battaglia. Mentre io alla Nato ascoltavo di attacchi italiani “andati a buon fine”, di tentativi di minare il porto di Misurata, alla Facoltà di Lettere della Federico II se le davano di santa ragione: Casapound contro i collettivi di estrema sinistra, i collettivi di estrema sinistra contro Casapound. Tre accoltellati.

Poi nel primo pomeriggio è stato il turno di Lettieri che mentre era ai Decumani, in piazza San Gaetano, è stato aggredito da un gruppo di ragazzi di sinistra. Estrema. Per fortuna nessuna conseguenza grave. Ed è in quel momento che è cominciato il mio saltare da una parte all’altra della città.

Ero a Fuorigrotta e mi è squillato il telefono. “Picceré, addò staj? Curre in zona Duomo, hanno vattuto a Lettieri. Vedi dove sta e stai insieme a lui”. E io ovviamente corro, trascinandomi dietro un collega-amico che ancora addentava la sua fetta di pizza (un mattone: pasta sfoglia, mortadella, provola).

Di Lettieri non v’era traccia al centro storico e così, dopo un giro e un parcheggio pagato inutilmente, sono andata all’Excelsior. Lì è venuto, con Cosentino e Martusciello Effe. Ha raccontato del suo spavento per le ragazze che girano sulle biciclette elettriche, aggredite anche loro. Della gente che le ha difese, del riparare in chiesa per evitare il peggio.

Noi lì, sul lungomare, con uno splendido tramonto poco distante e nel frattempo a piazza Dante sono tornati a darsele di santa ragione. Un corteo di antagonisti non autorizzato si è mosso dalla piazza, la polizia ha prima cercato di fermare il corteo, poi ha caricato, cercando di disperdere i manifestanti. Lo scontro è stato violento. La gente in strada fuggiva mentre scoppiavano i lacrimogeni, vetrine distrutte e commercianti che hanno abbassato in fretta e furia le saracinesche per proteggere i loro negozi.

“La città – ha detto Lettieri – ha già tanti problemi e non c’è bisogno di violenza”.

L.

Ancora regali di Pasqua

Controllare le agenzie e trovare un pezzo a firma tua – con il nome per esteso, non solo la sigla alfanumerica – per la questione dell’Asso 22 è un regalo di Pasqua. Il terzo.

L.

p.s.: torno a rilassarmi, davanti al camino, sdraiata su una poltrona in compagnia di amici speciali

Nonostante tutto

++ LIBIA: NATO, RAID ‘CHIRURGICI’ PER EVITARE SCUDI UMANI ++
(ANSA) – NAPOLI, 6 APR – «Stiamo operando in maniera chirurgica per evitare di colpire i civili usati come scudo». Lo ha detto il contrammiraglio Russ Harding, vicecomandante della Operation Unified Protector della Nato in Libia.  «È difficile agire, per gli aerei, perchè dall’alto la visibilità non è ottimale – ha affermato il contrammiraglio – In questo caso è preferibile evitare di sganciare bombe». La priorità, come ha ribadito, è «proteggere la popolazione», anche se «è difficile farlo» se i civili «sono circondati» da carri armati. (ANSA).

Nonostante Bruxelles, nonostante le scorrettezze, nonostante mi sia sentita lasciata sola e abbia scritto i pezzi dalla piazza di Bagnoli, poco distante dalla base Nato.

L.

Cade la neve sul cadavere di Yara

Purtroppo è così. Purtroppo è stato ritrovato il cadavere di Yara, la ragazzina scomparsa a fine novembre da Brembate Sopra, in provincia di Bergamo. È sparita mentre usciva dalla palestra, dopo un allenamento. Di lei, da quel momento, nessuna traccia. La famiglia ha chiesto il silenzio stampa, rispetto, dignità.

Poi stasera un cadavere, purtroppo suo, è stato ritrovato nell’erba alta, a dieci chilometri dal paese in cui abitava. E dire che, proprio ieri, uno della protezione civile aveva ricordato, in un servizio, di aver promesso ai genitori che avrebbe restituito Yara alla sua mamma e al suo papà.

L.

Puzza di monnezza

“La senti questa puzza? E’ la discarica di Chiaiano”. Stasera sono tornata a casa in motorino, dal Vomero, dopo il corso d’inglese, insieme a uno che segue con me. Abbiamo fatto un giro un po’ lungo per evitare zone non proprio belle di sera. Siamo arrivati alla rotonda Titanic, tra Chiaiano e Marano, e la puzza ci ha investiti. L’aria lì è quasi pestilenziale. Dalla rotonda degli scontri del 2008, la puzza ti insegue fin più giù. Poi giri l’angolo e speri di essere lontano, invece ancora puzza. Ora Chiaiano si avvia alla saturazione, alternative ancora non sono state individuate, noi non sappiamo dove andare a sversare e se in città le cose non vanno poi così male perché qualcosa riescono a fare, in provincia si soffoca.

Ho provato a immaginare cosa significhi vivere lì, doversi abituare alla puzza che ti entra in casa, nelle stanze, nel naso e non se ne va. Mi sono chiesta come sia possibile arrivare a tanto, scrollare le spalle puntando l’indice contro qualcun altro, sempre in cerca di un responsabile a cui addossare una colpa che è di tutti.

Hanno un’altra luce, un’altra importanza le corse e gli sbattimenti, i pensieri, i propositi e le intenzioni, il sindaco che annuncia per l’ennesima volta la differenziata a Scampia, gli operatori ittici (perché chiamarli pescivendoli ormai non è politically correct) che non vogliono trasferirsi a Volla, il corso di inglese a metà perché cercavo di parlare con Sommese e De Mita jr (entrambi Udc in Giunta alla Regione) dopo il diktat di Berlusconi di cacciare dagli esecutivi tutti gli esponenti del partito di Casini.

Di questa giornata, cominciata con una corsa per le scale perché stava suonando l’antifurto del motorino, fatta di proteste e un po’ di paura perché stasera il Comitato 10 febbraio aveva organizzato un corteo in memoria delle vittime delle Foibe e c’erano quelli di Casa Pound e dietro l’angolo, a piazza Matteotti, quelli dei centri sociali, pronti a darsi mazzate, io ricorderò la puzza di monnezza. E vorrei che fosse possibile farla annusare a chi dice che la gente comune (non i vari Comitati che pure ci marciano) non ha motivo di lamentarsi perché i rifiuti nelle cave a norma non puzzano.

L.

L’editoriale che nessuno leggerà: le primarie dello scuorno

Le primarie dello scuorno democratico mettono in luce un fatto: i rituali della politica sono completamente saltati.

Il partito democratico, dilaniato dalle sue correnti, affonda sotto i colpi dei metodi che prima ancora della sua nascita portarono al successo di generazioni di politici, quei voti di scambio, comprati per pochi spiccioli, quei condizionamenti che a Napoli ci sono sempre stati, e questi giorni dimostrano che ci sono ancora.

Di fronte alle denunce di brogli che sporcano un risultato di partecipazione troppo brillante, troppo anche per un osservatore ingenuo, il partito prova a ignorare quel boom di voti. Ma arriva poi il segretario provinciale che dice sì, hanno imbrogliato, ci sono le prove. Lo dice e rompe quella spirale del silenzio che ha sempre fatto parte degli apparati del potere, infrange il comandamento scritto nella storia di tacere su quanto può nuocere. Certo, lo fa perché fa gioco alla sua parte politica. Nel valutare gli atti degli uomini non si può, a mio parere, non analizzare preliminarmente il perché dei loro comportamenti. Tremante sta con Ranieri, l’ha dimostrato apertamente rinunciando al ruolo super-partes che, in quanto segretario, avrebbe dovuto rispettare.

Eppure c’è del coraggio, nelle parole di Tremante, il coraggio di andar contro i diktat del partito e denunciare che così non va, così non è democrazia. Se ci sono brogli vanno denunciati, verificati e corretti, senza guardare in faccia a nessuno. Troppo a lungo la politica si è comportata in altro modo, e ancora vorrebbe farlo. È stato ingenuo, è stato avventato, è stato politicamente poco cauto. Ma ha detto quello che tutti sapevano, seppur esponendosi troppo nel fare nomi e cognomi non ancora verificati, nel raccontare di colf comprate per quattro spiccioli e mostrare foto. Serviva meno veemenza, meno fretta giustizialista. Eppure, se una verità c’è nelle denunce, di cosa lo si accusa? Di aver detto la verità. Che spesso, con la politica, non ha niente a che vedere.

Le primarie della rinascita sono diventate la celebrazione della beffa. Dovevano rilanciare il partito, l’hanno seppellito sotto una valanga di scuorno più insidioso e indelebile del fango. Chiunque vinca, chiunque perda, non hanno più senso. Annullarle, rifarle, salvarle, non restituirebbe loro dignità. Hanno perso, hanno perso tutti.

A.