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Forza gnocca

Cambieremo il nome del Pdl perche’ non e’ nel cuore della gente. Si accettano dei suggerimenti, faremo fare dei sondaggi. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi, secondo quanto raccontano alcuni presenti, nel corso di conversazioni fatte alla Camera con parlamentari del Pdl. Il nome resterà immutato se però, ha detto il presidente del Consiglio, qualche “imprevisto” renderà necessario andare ad elezioni prima del 2013 perchè in tal caso non si farebbe in tempo.

Mi dicono che il nome che avrebbe maggiore successo è Forza Gnocca… Così, con una battuta, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrebbe ‘suggerito’ ai suoi il nuovo nome del futuro Pdl.

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Perché i modi di dire dicono la verità ma a volte la verità li supera

A volte capita che uno esce dalla porta e rientra dalla finestra.

Altre volte rientra direttamente dal portone, e pure col tappeto rosso steso a terra.

Prendi la giunta De Magistris: altro che nuovo che avanza, per lo più è il vecchio che ritorna, però siccome è un vecchio un po’ più remoto rispetto al solito, nessuno se ne ricorda.

Riccardo Realfonzo Robin Hood per esempio è stato assessore al Bilancio della Iervolino post global service, per capirci è stato quello che ha tenuto i conti tra Enrico Cardillo e Michele Saggese. Lui dice che si è autoproclamato Robin Hood perché eroicamente se ne andò, dopo aver tentato di mettere a posto i conti del Comune, accusando di clientele e imbrogli vari nella gestione delle partecipate, con una simpatica lettera al Corriere del Mezzogiorno che fece prendere un buco a tutti noi e fece pure incazzare Rosetta che aveva saputo delle dimissioni dopo De Marco.

Le cose non andarono proprio come dice lui.

1. il soprannome di Robin Hood glielo diede un consigliere comunale, Ciro Signoriello, del quale è rimasto storico un intervento che iniziava con “assessore Robin Hood (perché poi Realf teneva pure un completo verde quel giorno), assessore Robin Hood, lei ride, ma qui non c’è proprio niente da ridere”. Allora giustamente mammà quando Realf si dimise disse “voleva fare Robin Hood”, lui replicò “e lei è lo sceriffo di Nottingham”, e lei gelida “almeno non mi ha dato della lady Cocca”. Fine della storia. Ah, litigò con Santangelo perché voleva mettere Lucarelli (altro neoassessore) nel cda dell’Arin.

2. Tommaso Sodano. Fa il vicesindaco e si becca la delega ai rifiuti. E’ stato assessore alla Provincia con Lamberti (che era stato assessore con Bassolino), poi è diventato senatore, con una lunga serie di battaglie per l’ambiente. Se non sbaglio era candidato alle ultime regionali ed è andato malissimo, mi ricordo che l’ho intervistato ed era depresso che non se l’era filato nessuno.

3. Sergio D’Angelo. Mò, lui è il presidente di Gesco, cooperativa sociale che è il maggior creditore del Comune. S’è dimesso. Ma non notate un lieve conflitto di interessi?

4. Bernardo Tuccillo. Ex sindaco di Melito, pure lui è stato poi assessore provinciale di Rifondazione al Lavoro negli anni del bassolinismo.

5. Anna Donati. E’ stata un cavallo di punta dell’ex assessore regionale ai Trasporti Ennio Cascetta, che la volle con Bassolino alla guida dell’Acam.

6. Luigi De Falco. E’ stato nell’ente parco Vesuvio, ha lavorato spesso con le amministrazioni locali e ha collaborato con Vezio De Lucia alla stesura del Prg.

7.Antonella Di Nocera. Da anni alla guida dell’Arci, ha lavorato col Napoli Film Festival ecc.

8. Giuseppe Narducci. Ha chiesto l’aspettativa dalla magistratura, e fa l’assessore nonostante il parere contrario dell’Anm. E’ il pm dei processi calciopoli e Cosentino, tra l’altro. Praticamente passa da un palazzo all’altro. E forse sono un po’ troppo vicini.

 

A.

Il giorno della Giunta

Oggi de Magistris presenterà in maniera ufficiale la sua Giunta. Nomi e deleghe li conosciamo da venerdì, quella che per me, fino alle 21.08, era stata una splendida giornata. E il Pd no, non entra in Giunta.

Tra una cosa e l’altra, un uccellino mi ha detto chi sarà il prossimo amministratore dell’Asia e ci ho fatto un lancio. In redazione, quando ho riferito che ero a conoscenza del nuovo arrivo a Napoli, erano euforici almeno quanto me. Questo signore è un esperto in raccolta differenziata, pare anche molto capace alla luce di quello che ha già fatto. In più è testimone chiave di un processo contro i vertici dell’azienda per la quale lavorava per aver denunciato tentativi di corruzione (ha rifiutato una tangente da 100mila euro). Insomma, i pezzi andavano a incastro.  Poco dopo le 8 di sera, mi è squillato il telefono. “L’hai scritto tu il pezzo sull’Asia?”. “Sì”, senza esitazioni. “Ma come hai fatto? E’ vero, sta venendo”. E ho preso a saltellare come una cretina per piazza Bellini per la gioia.

Ho cominciato la giornata con una riunione a porte chiuse del Pdl. Solo che noi eravamo in una stanza con il balcone che affaccia sulla sala riunioni e loro, lì, avevano le finestre aperte, così, dato che urlavano, abbiamo sentito molte cose, quelle più interessanti.

La sera di nuovo a lavoro, sempre con lui perché potrebbe dire qualcosa e comunque nel frattempo aveva incontrato persone e personaggi della Giunta. Dopo una chiacchierata sempre divertente con il sindaco (oddio che strano chiamarlo “sindaco”), la telefonata che confermava la mia indiscrezione sull’Asia. Giubilo! Stato che è continuato quando ho avuti i nomi della Giunta. Solo che non sono un buon giocatore e ho preferito tenerli per me. Sì, l’ho detto in redazione, spiegando però che si trattava di indiscrezioni che potevano rivelarsi anche non fondate (ma era tutto esatto).

E poi, invece, la telefonata che mi ha rovinato la serata. “Piccerè, devi fare un pezzo sul Pdl di stamattina, mettendo insieme Cosentino che ha detto di non voler essere d’ostacolo e altra roba di consiglieri regionali che trovi in rete”. Ma no, ma perché? Cazzo è venerdì sera, dovevo tornare a casa, prendere l’auto e uscire con la socia. Uff.

Sono salita in redazione (l’orario lo consentiva). Ho fatto una telefonata per capire cosa dovesse uscire dall’articolo, cosa volesse il committente (“Ah, ti dispiace? Di’ pure al tuo capo che mi siete debitori di una serata con la socia”. Acida? Forse sì, ma stavo abbastanza incazzata). Un’altra telefonata a un collega e poi ho rimesso insieme i pezzi. Non è stato difficile, ma ho finito alle 22.30. Troppo tardi per tornare a casa, darsi una sistemata e scendere di nuovo in centro. E così addio margarita del venerdì sera. Maledizione!

L.

La donna dei record – Rosa Russo Iervolino, il sindaco più longevo della storia della città

Premessa: Quanto segue è la tesina che ho portato all’esame da professionista, realizzata grazie a una chiacchierata con Rosetta, in un pomeriggio di pioggia, nel suo studio di Palazzo San Giacomo. Di quell’ora e più ho una registrazione religiosamente conservata, che magari trascriverò qui. Per ora beccatevi la tesina. Mi sembrava giusto postarla oggi, nel giorno del passaggio di consegne col nuovo sindaco Luigi De Magistris.

Napoli è donna. Nasce e prende nome, secondo la leggenda, dalla sirena Partenope. E allora non sorprende che il sindaco più longevo della sua storia sia l’unica donna ad aver ricoperto finora quest’incarico. Rosa Russo Iervolino è stata eletta alla guida di Palazzo San Giacomo nel maggio 2001. Terminerà il suo secondo mandato nella primavera 2011. Prima di questo record, ne ha segnato un altro: è stata la prima e finora unica donna titolare del Ministero dell’Interno. Nessuno, prima di lei, aveva governato Napoli per dieci anni di seguito. Né il comandante Achille Lauro, alla guida dal 1952 al 1958, e poi dal 1960 al 1961. Né il sindaco del terremoto, il comunista Maurizio Valenzi, in carica dal 1975 al 1983. Nemmeno Antonio Bassolino, che nel 2000 lascia la poltrona di primo cittadino conquistata nel 1993 per prendersi quella di governatore. Nel 2001 si torna alle urne. Il centrosinistra vuole un nome che raccolga il patrimonio di quel “rinascimento napoletano” che poi ha finito per deludere le aspettative. La scelta cade su Rosa Russo Iervolino, allora presidente della Commissione Affari Costituzionali e senatrice di Bagnoli e Fuorigrotta. La lunga carriera romana le ha dato visibilità e autorevolezza. Figlia di due Padri Costituenti, è stata eletta più volte al Senato e alla Camera, è stata Ministro per gli Affari Sociali, della Pubblica Istruzione, titolare degli Interni. Nel 1999 aveva sfiorato il Quirinale. «Non avevo alcun rapporto politico con Napoli, perché sono andata via quando avevo dieci anni», ricorda, «Però la legislatura 1996-2001 mi aveva legato fortemente al territorio di Bagnoli- Fuorigrotta. C’era anche un legame molto forte con la giunta Bassolino, di cui ero il “riferimento” in Parlamento». Il centrosinistra punta su di lei, ha l’appoggio di nomi come Giorgio Napolitano con cui aveva fatto la campagna per il Senato nel ’96. «Non volevo, ma ho avuto pressioni fortissime. Avevamo perso le politiche, ma subito abbiamo avuto una rivincita perché dopo 15 giorni col ballottaggio abbiamo vinto a Napoli, a Roma con Veltroni, e a Torino con Chiamparino. Le tre candidature, anche tra i partiti, si erano intrecciate in modo tale che o dicevamo sì tutti e tre o non si trovava un accordo». La campagna elettorale è lunga, giocata in mezzo al popolo, tra comizi, passeggiate e manifestazione finale in piazza del Plebiscito, simbolo della città. Il primo round contro il candidato del centrodestra, Antonio Martusciello, non basta a vincere. Si va al ballottaggio, e viene eletta con il 52,9% dei voti. I cinque anni del primo mandato si susseguono in continuità con la precedente esperienza, rafforzata dal filo diretto con il governatore Bassolino. “Malgrado un contesto non favorevole abbiamo lavorato sodo, portando avanti il ciclo politico iniziato 13 anni fa”, scrive il sindaco nel bilancio di fine mandato, elencandone i successi. Il Piano Regolatore Generale, la gestione dei fondi europei, i cantieri per la metropolitana e il restyling della città, scuole e asili nido, l’attenzione per le fasce sociali deboli. Qualcosa, lo dice la storia, è rimasto sulla carta dell’opuscolo stampato nel marzo 2006, poco prima delle nuove amministrative. Iervolino si ricandida dopo molte incertezze. «Mi sembrava che, fatte alcune cose, io potessi tornare a quello che mi piaceva – ricorda – Ma c’è stata una svolta che mi preoccupava, si profilava un attacco al piano regolatore; ricominciarono a circolare alcune facce, anche del mio partito, che non mi piacevano per niente. Se ci fosse stato un candidato affidabile sarebbe stato diverso, ma siccome comparivano sulla scena più mezze calzette che gente con voglia di provare a far fare un altro passo avanti a Napoli, sono rimasta per farlo io». L’avversario di centrodestra è l’ex questore Franco Malvano, a sinistra incalza il “maestro di strada” Marco Rossi Doria. Rosetta replica lo schema della precedente campagna elettorale, sempre accompagnata da Bassolino. Il risultato è ancora migliore, nonostante le critiche alla sua amministrazione non siano mancate: viene rieletta al primo turno con il 57% dei voti. Il secondo mandato è durissimo. I risultati degli anni precedenti, con quelli, meno elettrizzanti, accumulati dopo, vengono sepolti da critiche, scandali, tragedie, rifiuti. I rapporti si fanno tesissimi anche con il centrosinistra. Nel 2008 l’onta dell’ennesima emergenza rifiuti spegne l’astro di Bassolino e segna il declino di quello della Iervolino. Pochi mesi dopo gli scontri di Pianura un assessore, Giorgio Nugnes, viene arrestato per quei tumulti. A fine novembre il titolare del Bilancio, Enrico Cardillo, si dimette. Il giorno dopo Nugnes si uccide, turbato anche dalle voci su una nuova inchiesta in cui si diceva fosse coinvolto. Il caso “Global Service”, su un appalto per la manutenzione stradale, scoppia due settimane più tardi: Cardillo e altri tre membri di giunta vengono arrestati. Saranno poi assolti, ma sul Comune si abbatte una bufera. «Avrei potuto ascoltare le sirene che “consigliavano” di lasciare – scrive Iervolino in una lettera ai giornali – ma, rispettando il mandato ricevuto, ho deciso di continuare a lavorare per la mia città». Continua a ripeterlo negli altri due anni di un’amministrazione che non ha più brillato. La maggioranza risicata in Consiglio Comunale rende difficile portare avanti gli obiettivi prefissati. «Sfiduciatemi in aula e me ne andrò», ha ripetuto più volte. Non è mai accaduto. «Non rifarei quest’esperienza – ammette ora – anche se c’è un fattore profondamente gratificante nel fare il sindaco, soprattutto in una strana città come Napoli». Con i rifiuti che invadono la città per l’ennesima volta, Iervolino arriverà ai suoi dieci anni di mandato, come nessuno mai prima di lei, unica donna ad aver guidato la città dove ancora oggi il Consiglio Comunale è esclusivamente maschile. Al di là di ogni giudizi politici, è un record di cui la storia dovrà tenere conto.

A.

de Magistris sindaco

Ieri a quest’ora la festa in piazza Municipio, davanti a Palazzo San Giacomo, era appena finita. Quella ufficiale, però, con il nuovo sindaco, i suoi amici e noi della stampa. La gente è rimasta fino a notte.

Nel pomeriggio, sezione dopo sezione, de Magistris diventava sindaco. Ha vinto in 28 quartieri su 29. Lo so perché la mia redazione mi ha chiesto un pezzo sul voto quartiere per quartiere. Solo a San Pietro a Patierno ha vinto Lettieri e comunque lo scarto tra i due era basso. Altrove ha superato picchi del 70%.

Dal Comune, dove mi avevano mandata per parlare casomai con la Iervolino, mi hanno spostata al comitato sul lungomare. Lì c’era già un’altra collega e noi insieme formiamo una buona squadra: facciamo combaciare parole, azioni e modo di lavorare. Risultato? Gli altri sono rimasti un po’ indietro con tanti sguardi sottecchi di colleghi-amici.

La prima uscita il neo sindaco l’ha fatta alle 17. Ha detto le stesse cose di sempre, quelle della campagna elettorale. “Napoli è stata liberata”, “Fuori il puzzo di compromesso morale, dentro aria nuova di legalità”. Non mi interessa mettermi a fare un’analisi di cosa è accaduto. So che la gente l’ha votato, che in pochi ci credevano all’inizio, ma che davvero c’è stata un’onda che è cresciuta. Poi lui ora vuole fare la rivoluzione, ma “pacifica” eh. Ed è per questo che il suo staff lo chiama “Che Magistris”.

Ero contenta, anche se realizzavo un po’ alla volta che stava per finire davvero la campagna elettorale, il caos dei pezzi da mandare e la vita che uno deve ricordarsi di avere perché no, tempo non ne hai per vivere e nonostante questo sei allegro.

Lui, Giggino ‘a manetta, ha dato appuntamento a tutti in piazza Municipio. Come Bassolino prima di lui. E dal lungomare è arrivato a piedi, lui davanti e la gente dietro. Lui esultante e la gente adulante. Lui capopopolo e la gente contenta. Appena salito sul palco, mentre la folla era in visibilio, si è versato una bottiglia d’acqua addosso, arrotolato le maniche della camicia e preso una bandiera arancione che si è avvolto in torno alla testa tipo pirata. E’ così che piace alla gente, alle ragazze che urlavano, alle mamme che gli cantavano: “Sei bellissimo”. Gente, quella è il sindaco, non l’ultimo idolo della musica o del cinema.

A me è questo che sorprende. Mentre andavo via dalla piazza, sentivo gente dire: “Ora che cominceremo la raccolta differenziata”… In realtà quella avremmo dovuto farla già da un po’, ma questo non conta. Così come non conta che, nonostante i bandi di gara partiti da tempo e il secondo termovalorizzatore previsto per legge, lui dica: “No, non lo costruiremo” e “Faremo cambiare idea a Caldoro”.

Caro sindaco, hai detto che la festa era ieri soltanto e che da oggi si smetteva di giocare per mettersi a lavoro. E allora buon lavoro, sperando che tu sappia a cosa vai incontro. Io ti do la mia fiducia, tu non deludere le aspettative che hai creato.

L.

Se questo è un sindaco

NB. Questo post è stato scritto circa una settimana fa, ma solo stamattina il blackberry mi ha permesso di pubblicarlo.

La campagna elettorale ormai è diventata soltanto un’ammucchiata di dichiarazioni e provocazione, promesse impossibili e boutade popolaristiche che si esauriranno non appena le schede verranno tirate fuori dalle urne.
A Milano, per carità, è la stessa cosa, anzi peggio perché a Milano c’è il cuore del potere berlusconiano e lui non vuole perdere, proprio no, lo sa bene anche il fronte dell’antiberlusconismo che lí calca la mano.
A Napoli c’è la munnezza che fa da sfondo alle lotte tra partiti, perché i popoli giá da tempo si sono stufati. Eppure c’è chi guarda con fervore a De Magistris, l’ultimo dei messia di questa stagione dell’antipolitica che nega ciò che promette di fare. Perché la politica, dio benedica gli studi classici che me lo ricordano ogni momento, è la cura del bene comune. Come fanno i napoletani a credere ancora alle promesse, dopo tutte quelle che gli han fatto? Non lo so, eppure ci credono, credono che a bagnoli presto sarà tutto verde e azzuro di prati e mare pulito, che a Ponticelli al posto dell’inceneritore, per il quale c’è una gara in corso, fioriranno giardini, che sorridenti operatori ecologici busseranno alle loro case per la differenziata e in men che non si dica spariranno sacchetti e cassonetti e la città sarà pulita. Nessuno si alza mai per inchiodare politici e politicanti con una domanda, preferiscono applaudire all’ennesimo annuncio roboante che chi pronuncia presto non ricorderà.
Bisognerebbe sfidarlo il potere, o chi si appresta a conquistarlo, guardarlo negli occhi e inchiodarlo alle verità che non vuole confessare, convincerlo a spogliarsi della dialettica e poi decidere. E in quel caso ci si accorgerebbe che oggi non c’è nulla da applaudire.
A.

E poi cos’è successo?

Mi sono esaurita, stressata, stancata, incazzata. E ora, che è giorno di silenzio e fino a lunedì si starà tutti zitti, mi sento già svuotata. Ho urlato, litigato con colleghi e persone varie, mi sono formata idee più o meno sbagliate. Ho riso e mangiato poco e male insieme a compagni di sventura per aspettare che smettesse di piovere. Ma non ha smesso e sono arrivata a casa bagnata fradicia. Ho avuto caldo e paura di tornare a casa di sera. Ho fatto domande, avuto qualche risposta, ma molte sono rimaste sospese. Ho ricevuto sorrisi, sorprese, abbracci, carezze sulla testa come si fa con i bambini, complimenti quando meno me l’aspettavo. Cazziate e “non conosci la grammatica”. Ho eseguito ordini anche senza capirli, ma l’ho fatto. Ho visto posti nuovi che mai avrei creduto fossero così a portata di mano, sentito caldo come fossi ai tropici, ma rimasta di ghiaccio per l’imbarazzo. Ho scritto di candidati in giro tra la gente, di apparentamenti mancati, di frasi e promesse che resteranno tali. Di quadri di partito chinare la testa e giustificarsi e dire poi: “Tanto io a questo non lo voto”. Di cortei e canzoni, slogan, uomini col megafono e maratoneti. Di aggressioni e denunce, parolacce e gesti vili contro chi non c’entra nulla. Ho avuto spillette per la mia collezione che cresce, nuove certezze che non sono pezzi di futuro.

Lunedì sarà tutto finito e, per quanto io stessi aspettando questo momento già da un po’, avverto i primi segnali di una tenue nostalgia. Come l’anno scorso quando io e la socia decidemmo di uscire una sera e di andare a Pozzuoli a raccontarci della campagna elettorale che avevamo appena vissuto.

L.