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Il giorno della Giunta

Oggi de Magistris presenterà in maniera ufficiale la sua Giunta. Nomi e deleghe li conosciamo da venerdì, quella che per me, fino alle 21.08, era stata una splendida giornata. E il Pd no, non entra in Giunta.

Tra una cosa e l’altra, un uccellino mi ha detto chi sarà il prossimo amministratore dell’Asia e ci ho fatto un lancio. In redazione, quando ho riferito che ero a conoscenza del nuovo arrivo a Napoli, erano euforici almeno quanto me. Questo signore è un esperto in raccolta differenziata, pare anche molto capace alla luce di quello che ha già fatto. In più è testimone chiave di un processo contro i vertici dell’azienda per la quale lavorava per aver denunciato tentativi di corruzione (ha rifiutato una tangente da 100mila euro). Insomma, i pezzi andavano a incastro.  Poco dopo le 8 di sera, mi è squillato il telefono. “L’hai scritto tu il pezzo sull’Asia?”. “Sì”, senza esitazioni. “Ma come hai fatto? E’ vero, sta venendo”. E ho preso a saltellare come una cretina per piazza Bellini per la gioia.

Ho cominciato la giornata con una riunione a porte chiuse del Pdl. Solo che noi eravamo in una stanza con il balcone che affaccia sulla sala riunioni e loro, lì, avevano le finestre aperte, così, dato che urlavano, abbiamo sentito molte cose, quelle più interessanti.

La sera di nuovo a lavoro, sempre con lui perché potrebbe dire qualcosa e comunque nel frattempo aveva incontrato persone e personaggi della Giunta. Dopo una chiacchierata sempre divertente con il sindaco (oddio che strano chiamarlo “sindaco”), la telefonata che confermava la mia indiscrezione sull’Asia. Giubilo! Stato che è continuato quando ho avuti i nomi della Giunta. Solo che non sono un buon giocatore e ho preferito tenerli per me. Sì, l’ho detto in redazione, spiegando però che si trattava di indiscrezioni che potevano rivelarsi anche non fondate (ma era tutto esatto).

E poi, invece, la telefonata che mi ha rovinato la serata. “Piccerè, devi fare un pezzo sul Pdl di stamattina, mettendo insieme Cosentino che ha detto di non voler essere d’ostacolo e altra roba di consiglieri regionali che trovi in rete”. Ma no, ma perché? Cazzo è venerdì sera, dovevo tornare a casa, prendere l’auto e uscire con la socia. Uff.

Sono salita in redazione (l’orario lo consentiva). Ho fatto una telefonata per capire cosa dovesse uscire dall’articolo, cosa volesse il committente (“Ah, ti dispiace? Di’ pure al tuo capo che mi siete debitori di una serata con la socia”. Acida? Forse sì, ma stavo abbastanza incazzata). Un’altra telefonata a un collega e poi ho rimesso insieme i pezzi. Non è stato difficile, ma ho finito alle 22.30. Troppo tardi per tornare a casa, darsi una sistemata e scendere di nuovo in centro. E così addio margarita del venerdì sera. Maledizione!

L.

L’anno del Coniglio

Mentre la socia è via, a Bruxelles, a me oggi hanno fatto scrivere quel pezzo che lei mi chiede ogni volta che mi lamento della metropolitana che non funziona.

In più, stamattina, ho comprato le ballerine che avevo adocchiato ieri sera e provato mentre ero a telefono con la Sannino, quella di Metronapoli, per farle una mini intervista telefonica.

Ora, siccome è pieno pomeriggio, mi preparo ed esco. Stasera i cinesi festeggiano il loro capodanno e al Molo San Vincenzo ci saranno i fuochi d’artificio, gli stessi dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino.

Buon Anno del Coniglio a tutti! (a partire dalla mezzanotte, però, eh)

L.

p.s.: pare che la monnezza torni per le strade. Chiaiano si avvia alla saturazione, gli Stir lavorano a rilento e la Provincia di Napoli non ha ancora individuato i siti (o almeno non li ha resi noti)

Sogna, ragazzo, sogna

Oggi le semicroniste hanno davvero qualcosa da festeggiare.

Perché è nato un bel bimbo che è un po’ il nostro nipotino, il primo (un altro arriva ad Aprile). È il figlio di un collega-amico, uno di quei colleghi con cui poi il rapporto va oltre il lavoro e ti trovi la sera a ridere e scherzare. E di sua moglie, ovviamente, che è un angelo di donna.

Il nipotino è bellissimo e dolcissimo, ha dormito placidamente tutto il tempo finché il papà non l’ha preso in braccio, si è svegliato e ci ha mostrato i suoi occhi blu, per poi andare dalla mamma.

E di fronte al nipotino splendido che è arrivato a cambiare un po’ le vite di tutti noi zii adottivi, i problemi sono passati almeno per ora in secondo piano. C’era solo il suo sorrisino, i suoi sbadigli e i volti inebetiti di gioia della mamma e del papà.

Oggi siamo stati tutti impegnati nella ricerca della frase adatta per il biglietto di auguri. Qualcosa che potesse contenere un augurio, una speranza, l’affetto che abbiamo per questa famiglia. Ci abbiamo pensato tanto e non abbiamo trovato niente di adatto, ce la siamo cavata con una frase semplice: Benvenuto, non vedevamo l’ora di conoscerti.

A.

Bye 2010/Welcome 2011

Ok, oggi è già due e il primo è passato, ma come vi ha anticipato la socia io ho passato Capodanno nel posto in cui si parla direttamente con dio per cui sono stata “isolata” per un po’.

Il mio Capodanno, a dir la verità, è andato bene, tra una cena splendida cucinata dal “mio” chef preferito con il nostro aiuti, amici a cui tengo molto, una mezzanotte diversa ma bella, giochi delle feste e poi nanna, passeggiata sulla spiaggia, pranzo alle 17, film e poi casa. Bello, bello, bello.

L’inizio di un anno nuovo è sempre occasione per bilanci e to-do-lists, cose che si vogliono fare, obiettivi da raggiungere.

Il 2010 è stato pesante, altalenante. Ma nel 2011 io vorrei portarmi, di quest’anno concluso, la salute mia e della mia famiglia, gli amici a cui voglio bene e senza i quali, probabilmente, non potrei vivere, la socia con cui quest’anno ho condiviso tante cose, prima di tutto questo blog, nato così, un po’ per caso in effetti, e che poi è diventato un punto per raccontare, fissare quanto ci succede. Vorrei portare con una persona speciale, i colori della Puglia, le avventure sulla neve, tutti i film visti, i libri letti e le persone conosciute.

Vorrei portare con me pure quanto ho imparato su persone che credevo amiche, e che non lo sono state affatto. Perché sapere da chi guardarsi le spalle spesso è fondamentale.

Vorrei portare con me tutte le soddisfazioni che mi ha dato il mio lavoro, e quell’esame di professionista conquistato con le unghie e con i denti, a dispetto di chi non voleva. Vorrei portare con me l’emozione del giorno in cui ho saputo che sarei andata a Roma a farlo, e lavoravo sorridendo. Il viaggio in autogrill, tutte le cose che ho imparato, la serata in giro per la Capitale.

Passiamo alle cose che vorrei cambiassero: vorrei tornare ad avere quell’entusiasmo e quello spirito che sei anni di precariato e di calci in culo mi hanno, in parte, tolto. Vorrei cambiare alcuni atteggiamenti ed essere più disponibile per le persone cui voglio bene, perché ho capito che questo lavoro mi ha reso una persona peggiore. Vorrei, finalmente, un lavoro pagato. Vorrei andare a vivere da sola e avere finalmente degli spazi miei. Vorrei diventare una professionista migliore. Vorrei crescere rimanendo sempre un po’ gs o cs, per non dimenticare alcune cose importanti. Vorrei leggere, viaggiare, imparare. Vorrei ridere ancora tanto e non dimenticare, a fine serata, che bere un bicchiere di vino in compagnia è importante.

A.

2011

L’anno nuovo é qui. È piccolo piccolo, data l’ora.
La socia è nel posto dove si parla direttamente con Dio. Io in un posto, a Napoli, dove a mezzanotte la città si è mostrata in tutto il suo splendore di fuochi e luci.
Buon 2011 a tutti targato gs o cs!

L.

“Che Dio ci benedica, tutti”

Non è Natale senza il Canto di Natale di Topolino.

Lo facevano in tv stamattina e sono riuscita a vederne gli ultimi dieci minuti, sorridendo.

Tra corse, lavoro e stress il Natale me lo dimentico tutti gli anni. Mi conquista all’improvviso, quando distribuiamo uno a uno i regali sotto l’albero, facciamo pausa a mezzanotte per la nascita del bambino Gesù, e poi riprendiamo. C’è un copione non scritto che si ripete ogni anno, la cena che è sempre la stessa e i pacchi aperti sapientemente, distribuendoli tra i vari membri della famiglia, per evitare che uno finisca troppo presto i suoi.

Ognuno ha il suo Natale in casa Cupiello.

Quest’anno Babbo Natale è stato estremamente buono e io per un attimo ho guardato i miei, poi l’albero, e il presepe che mi comprò mio nonno tanto tempo fa e poi ampliammo io e papà con sughero, colla e fantasia, e mi sono sentita felice. Sono rari i momenti in cui i problemi li dimentichi e ti sembra che tutto, in fondo, sia bello. Vado in giro con le mie calze rosse e le mollette con un pupazzetto, un angelo. E ne sono fiera. Stamattina mi sono messa alla guida per fare il giro dell’isolato, salire da mio zio, caricare in auto tre sedie, depositarle a casa e poi parcheggiare. La gente mi guardava e io ridevo. Perché Natale è un po’ così, succedono cose ridicole e divertenti come quella volta che scappò il capitone o quell’altra in cui saltò la luce e cucinammo tutto al buio, con le candele.

Natale è bello pure perché per un po’, cascasse il mondo, il lavoro non esiste. Le redazioni sono chiuse, il giornale in edicola non esce e puoi camminare per strada senza il timore che una notizia ti cambi la giornata. Io e la socia stiamo tirando un attimo di respiro, per un pochino libere. Lei starà giocando col suo nuovo giocattolo e io sorrido felice pensando alle mie cose nuove e a quanto mi piacciono e quant’è bello che la mia famiglia si sia data da fare per comprarmi cose che mi piacessero.

Perché in fondo, nonostante c’abbia litigato a lungo, a me ‘o presepe mi piace. Ma proprio tanto.

A.

Let it be

“Non voglio assistere”, aveva esclamato l’amica mentre guardava una opalina rossa, con gli auguri di Natale che la ragazza teneva in mano. Il biglietto faceva capolino per la seconda volta durante la serata. La prima era stata un po’ prima, al ristorante, perché lei aveva tirato fuori il portadocumenti e il biglietto, più grande, era lì. L’aveva comprato in mattinata, mentre completava il giro dei regali di Natale, e scritto a mano come non si usa quasi più. Auguri di Natale. L’aveva riposto. No, non era quello il momento. La serata sarebbe proseguita ancora per un po’, l’attimo giusto l’avrebbe trovato.

Nel bar, mentre erano in fila per prendere da bere, il biglietto sarebbe potuto scivolare nella tasca del cappotto dell’ignaro destinatario senza essere notato. Perché la tasca era un po’ aperta e abbastanza grande per contenerlo. “Lo faccio, non lo faccio, lo faccio, non lo faccio”, pensava la ragazza. Poi, seppure fosse stata scoperta, non stava facendo niente di male: consegnava una lettera. E no, alla fine non l’aveva fatto, mentre l’amica che un po’ rideva di nascosto si era allontanata perché “non voglio assistere”. (“Trovo assurdo che tu gli abbia scritto un biglietto d’auguri per Natale”, la reazione dell’amica era stata questa quando la ragazza  le aveva raccontato cosa aveva fatto). Aveva rificcato nella borsa quel cartoncino rosso che si era portata in giro per la città e che si era un po’ sgualcito, senza scritte sulla busta.

La serata era tranquilla, forse paradossale, ma tutto sommato serena. La ragazza aveva chiesto all’amica di esserci. Già dal giorno prima quando aveva ricevuto la telefonata, di quelle che non ti aspetti, per uscire tutti insieme e darsi gli auguri. “Qualunque cosa accada, domani sera sei con me”, e lei, l’amica, aveva annuito, capito, compreso che stava chiedendo una mano e non si era tirata indietro. Perché ci sarebbero potute essere persone in grado di complicare le cose e stavolta la ragazza non voleva essere sola.

Quattro chiacchiere, “Stai qui, può essere che la convince e fa un figlio davvero” e la ragazza era rimasta nel bar con tre ‘forestieri’ cercando di mantenere la conversazione  sul frivolo, mentre l’amica era uscita in strada. Ma provare a spiegare se vuoi o non vuoi un figlio e a che età non è la cosa più semplice se la musica è alta, se puoi essere fraintesa (e sticazzi, però) e se non puoi dire chiaramente perché. Maschio, femmina e poi cosa scrivi, chi ti legge. “Pochi per la verità”, “Ah già fai l’agenzia”. E occhiate da lontano con l’amica.

Margarita, una sigaretta, incontri con persone che si presentano con nome e cognome. “Ma qui si usa così?”, “No, per carità”. Poi la strada verso le macchine e l’edicola aperta. Le due amiche si erano fermate per comprare i giornali. In prima, di spalla, un articolo che aveva colpito entrambe. Il resto del gruppo aveva un po’ protestato. “E va be’, ma questo è lavoro”, “D’accordo, li mettiamo via”.

Eccolo il momento: i saluti e gli auguri prima di rimettersi in macchina e tornare ognuno a casa sua. “Buon Natale” e la ragazza aveva allungato la mano verso di lui tenendo in mano la busta rossa, una letterina. Poi via. Let it be.

“Potevi farlo in maniera diversa”, ridacchiava l’amica mentre si rimettevano in auto, da sole. E tutte e due, in macchina, avevano riaperto il giornale ancora fresco di stampa e in silenzio leggevano lo stesso articolo. “E’ un momento che andrebbe fotografato, se ci fosse con noi una terza persona”. Ma no, non c’era nessun altro e quella foto non è stata scattata.

p.s. “Secondo me l’ha letto ad alta voce”. Sì, tipo letterina di Natale