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Napoli soffoca

 

Credo che sia così, come ha scritto il direttore del Corriere del Mezzogiorno, Marco Demarco, sul suo blog, rivolgendosi a Berlusconi e de Magistris. “Fate come vi pare, ma fate“.

Intanto de Magistris ha convocato per il pomeriggio una conferenza stampa. Andiamo a sentire cosa dice.

L.

Il giorno della Giunta

Oggi de Magistris presenterà in maniera ufficiale la sua Giunta. Nomi e deleghe li conosciamo da venerdì, quella che per me, fino alle 21.08, era stata una splendida giornata. E il Pd no, non entra in Giunta.

Tra una cosa e l’altra, un uccellino mi ha detto chi sarà il prossimo amministratore dell’Asia e ci ho fatto un lancio. In redazione, quando ho riferito che ero a conoscenza del nuovo arrivo a Napoli, erano euforici almeno quanto me. Questo signore è un esperto in raccolta differenziata, pare anche molto capace alla luce di quello che ha già fatto. In più è testimone chiave di un processo contro i vertici dell’azienda per la quale lavorava per aver denunciato tentativi di corruzione (ha rifiutato una tangente da 100mila euro). Insomma, i pezzi andavano a incastro.  Poco dopo le 8 di sera, mi è squillato il telefono. “L’hai scritto tu il pezzo sull’Asia?”. “Sì”, senza esitazioni. “Ma come hai fatto? E’ vero, sta venendo”. E ho preso a saltellare come una cretina per piazza Bellini per la gioia.

Ho cominciato la giornata con una riunione a porte chiuse del Pdl. Solo che noi eravamo in una stanza con il balcone che affaccia sulla sala riunioni e loro, lì, avevano le finestre aperte, così, dato che urlavano, abbiamo sentito molte cose, quelle più interessanti.

La sera di nuovo a lavoro, sempre con lui perché potrebbe dire qualcosa e comunque nel frattempo aveva incontrato persone e personaggi della Giunta. Dopo una chiacchierata sempre divertente con il sindaco (oddio che strano chiamarlo “sindaco”), la telefonata che confermava la mia indiscrezione sull’Asia. Giubilo! Stato che è continuato quando ho avuti i nomi della Giunta. Solo che non sono un buon giocatore e ho preferito tenerli per me. Sì, l’ho detto in redazione, spiegando però che si trattava di indiscrezioni che potevano rivelarsi anche non fondate (ma era tutto esatto).

E poi, invece, la telefonata che mi ha rovinato la serata. “Piccerè, devi fare un pezzo sul Pdl di stamattina, mettendo insieme Cosentino che ha detto di non voler essere d’ostacolo e altra roba di consiglieri regionali che trovi in rete”. Ma no, ma perché? Cazzo è venerdì sera, dovevo tornare a casa, prendere l’auto e uscire con la socia. Uff.

Sono salita in redazione (l’orario lo consentiva). Ho fatto una telefonata per capire cosa dovesse uscire dall’articolo, cosa volesse il committente (“Ah, ti dispiace? Di’ pure al tuo capo che mi siete debitori di una serata con la socia”. Acida? Forse sì, ma stavo abbastanza incazzata). Un’altra telefonata a un collega e poi ho rimesso insieme i pezzi. Non è stato difficile, ma ho finito alle 22.30. Troppo tardi per tornare a casa, darsi una sistemata e scendere di nuovo in centro. E così addio margarita del venerdì sera. Maledizione!

L.

La relatività delle parole

Oggi ho imparato due cose. La prima. Quando mi chiamano dalla redazione devo prestare più attenzione e spiegarmi meglio. Telefonata. “Sei sicura che nella frase “dov’è che ci sono mancanze” ‘dov’è’ si scrive come hai fatto tu?”. Prendo il testo, leggo ad alta voce e confermo. “Sì, si scrive così”. Poi vado a casa, leggo il lancio e trovo il seguente testo: “dov’è ci sono mancanze”. Ma perché chi legge deve pensare che io sia ignorante?

La seconda. La gente si attacca troppo ai titoli. Invito tutti a leggere prima di lamentarsi perché “Da Pd appoggio esterno” non significa che il grande Partito democratico non farà parte della maggioranza, ma che non entrerà in Giunta, così come detto, così come scritto. E poi, comunque, il Pd farà solo finta di appoggiare la maggioranza di governo in maniera “esterna”. Loro indicheranno dei nomi, “uomini e donne” di area democratica, ma non del partito. Però, essendo loro organici alla maggioranza, di fatto più che appoggio esterno, quello che hanno deciso di fare è un accordo di coalizione a tutti gli effetti.

L.

Ed è ancora 24 maggio

Oggi ho sperimentato un nuovo modo di fare appostamenti. Non fuori al portone, ma dentro ai palazzi. Così la riunione convocata da Caldoro con quelli di Fincantieri, dopo l’annuncio dell’ad che lo stabilimento di Castellammare sta per chiudere e la guerriglia di ieri, l’ho seguita dai corridoi e dalle stanze del terzo piano di palazzo Santa Lucia. E non perché – ci tengo a precisarlo – loro siano buoni e gli altri siano cattivi. Ma perché alla fine quella di oggi era una cosa tranquilla, spinosa sì, ma tutti condividevano la stessa posizione: il piano industriale di Fincantieri è inaccettabile. E’ stato abbastanza semplice. Tutti, proprio perché d’accordo, erano ben disposti a parlare. Quando la riunione è finita, Caldoro ci ha incontrati nell’anticamera del suo studio. Ero agitata e là dentro c’erano almeno 40 gradi. “Una battuta al volo perché deve andare via”, ci avevano detto mentre ci portavano nell’altra stanza. Invece, andata via la tv, si è seduto e ha cominciato a parlare. Sì, sempre Fincantieri. Poi esaurito l’argomento, con la sua solita capacità di non rispondere alla domanda, ha detto: “Oggi è successo altro?” Oddio, no! Non lo so, in realtà, come se quello che era successo non fosse già abbastanza. Quattro chiacchiere, chi vince, chi perde, cosa accade nel resto della Campania e la perdita d’acqua che è una cosa normale rispetto ai fiumi n piena che si scatenano a Napoli. Ma io a mio agio proprio non mi ci sento.

Prima di Santa Lucia sono stata al comitato elettorale di Lettieri (va be’ prima anche a un convegno sui lavori pubblici e per gli a margine servirebbe un libro, non un post). Una conferenza per denunciare il clima d’odio e di violenza di questi giorni. Ieri l’ultimo episodio: due volontari sono stati aggrediti mentre erano in piazza Dante con un gazebo per distribuire materiale elettorale. Io oggi quei due ragazzi li ho conosciuti. Di quelli buoni davvero, quelli che magari alle superiori erano le vittime della situazione, dei bulli si direbbe oggi. E davvero non capisco il perché di certi gesti.

Che vinca l’uno o l’altro (a me non piacciono entrambi) non saranno in grado di amministrare, placare gli animi infiammati di questi giorni, tappare le buche per le strade, risolvere il senso di inciviltà così diffuso e l’invivibilità di una città che ti aggroviglia e non ti lascia.

Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono tremendi per tutti e io stamattina ho anche risposto male a un collega. Mi sono sentita aggredita. Non è la prima volta che succede e anche l’altra volta il bersaglio è stato lui. Io lo so che è stato fatto apposta, che uno poi si atteggia a grande quando grande non lo è e si sente bruciare se le cose non le ha sentite con le sue orecchie o ancora non c’ha pensato lui a porre quella domanda. No, così non va bene. Io devo imparare a stare zitta e non rispondere.

L.

Di chi è la colpa?

Mia, perché non dico mai di no. Dei miei capi che non capiscono quando è il momento di smetterla di torchiarmi. Mia che mi lascio troppo coinvolgere. Dei miei capi che in appoggio mi mandano un sasso. Mia che ogni volta è come ricominciare da capo. Dei miei capi che non mi ascoltano quando chiedo aiuto. Mia che poi alla fine crollo e vorrei piangere, ma ho dimenticato come si fa.

E poi è colpa della pioggia che non ha smesso di cadere per un’intera giornata, dell’acqua che mi è entrata negli stivali, da sopra, di San Gennaro che non ha sciolto il sangue, dello staff di Lettieri che è disorganizzato e non sa nemmeno dirti dove si trovano, di chi ieri ha lanciato una bomba-carta in piazza Bovio, poco distante da un comitato elettorale dello stesso Lettieri.

Una sventura, quella di ieri, cominciata troppo presto e con poche ore di sonno alle spalle. Prima tappa l’Istituto Filippo Smaldone, in salita Scudillo, insieme a Lettieri al quale non solo la Digos ha deciso di rafforzare le misure si sicurezza, ma anche i miei. E io gli ho fatto da scorta. Un’auto in più nel corteo: la mia. Seconda tappa piazza Colli Aminei, sempre sotto la pioggia. In un bar, mentre lui era sotto intervista, ragazzi che avevano fatto filone hanno cominciato a intonare Bella Ciao. Ma no, Gianni, non ti rabbuiare, non ti hanno riconosciuto e quindi non è una contestazione. Poi il Bosco di Capodimonte, anzi no, perché piove  e allora siamo andati direttamente al corso Amedeo di Savoia. E qui, cari, vi saluto. Perché ho freddo, fame e sonno e devo pure fare la pipì. In quello stesso momento mi hanno fatto sapere che era esplosa una bomba carta e “Trova Lettieri e chiedigli un commento”. Telefono, telefono, telefono. Ho sperato di essere libera fino alle 16, perché poi sarei dovuta andare alla processione per San Gennaro e il Giubileo della Legalità. Sempre sotto la pioggia.  Invece no. “Stai con Lettieri finché puoi”. A un certo punto ho anche pensato che l’attentato gliel’avrei fatto io se il suo staff continuava a non darmi informazioni su dove trovarli. Poi li ho lasciati e sono andata al Duomo. Sempre sotto la pioggia.

Nel bagno di un bar ho cercato di darmi una sistemata, tornare un po’ femmina oltre che targato gs o cs, bagnata, con i capelli in disordine e l’acqua nelle scarpe. Ho bevuto una camomilla e sono ripartita. Il mio compito era duplice: un occhio al miracolo e alla parte religiosa, l’altro a chiedere a chiunque un commento sul clima d’odio in città.

Il portavoce di Sepe, prima dell’inizio di tutto, ci aveva, come sempre, dato una copia dell’omelia del cardinale. Parole forti contro i rifiuti ancora in strada. Ho preparato il pezzo e l’ho tenuto in stand-by in attesa che Sepe lo dicesse dall’altare. Solo che non l’ha detto. Che fare? Il portavoce dice: “Avete un testo scritto”. E’ il suo via libera. Il bello di avere il testo è che lavori con calma, mandi i pezzi con il telefono e quando è tutto finito hai già finito anche tu di scrivere. San Gennaro, però, il miracolo non l’ha fatto. (Il sangue si è sciolto una mezz’ora fa)

Così mi restava Caldoro, sempre sotto la pioggia. Ma abbiamo parlato in chiesa e sempre del clima d’odio in città. E mentre scrivevo la prima telefonata. “Facimm ‘o piezzo che il sangue non si è sciolto”. Dettato. Poi sono tornata a scrivere e l’altra ragazza che avrebbe dovuto darmi una mano ha preso a telefonarmi in continuazione. Cazzo, non capisci che se attacco la telefonata sto facendo altro? Evidentemente no. Anche perché ha chiamato un collega che era con noi per lasciargli un messaggio per me, di chiamare in redazione e dire che no, non c’era bisogno che lei restasse al Duomo a fare la veglia con i fedeli. Ma sticazzi?

Non avevo ancora finito di scrivere del maledetto clima di odio in città by Caldoro quando mi hanno richiamato. “Hanno contestato a Lettieri, a Chiaiano. Curre là”. I nervi crollano, le dighe cedono e io un po’ piango o almeno ci provo. Ho telefonato all’inutile staff di Lettieri per chiedere cosa cazzo fosse successo. Stupide stupide contestazioni del cazzo, ma tutto rientrato, quindi non è necessario scapicollarsi per arrivare lì.

Sotto la pioggia, bagnata, infreddolita, affamata. Con due colleghi, uno amico, uno nuovo, stavo per cedere. Ho sentito la socia. “Vuoi venire qui?”, “Sì”, ho risposto. Ne ho bisogno.

L.

Addio mio motorino

La mia percezione della sicurezza a Napoli è cambiata. Decisamente peggiorata. Intendiamoci: non ho mai creduto che fosse una città sicura, ma adesso è assai peggio. Per un fatto tutto personale: mi hanno rubato il motorino, in un posto dove l’ho parcheggiato migliaia di altre volte, lasciandolo lì anche tutta la notte. Una strada che conosco da otto anni, dove sono stata a piedi, in macchina, di giorno e di notte. Come ieri. Sono tornata a casa delle mie amiche alle 23  e l’ho parcheggiato al solito posto. Stamattina quando sono uscita non c’era più. Sono stata al commissariato per la denuncia, non credo di riuscire a riaverlo e con la campagna elettorale che ha già spalancato le porte non ci voleva affatto.

Così da Di Pietro e de Magistris ci sono andata in funicolare. Dovrò fare lo stesso per gli altri appuntamenti da qui alle elezioni.

L.

 

Puzza di monnezza

“La senti questa puzza? E’ la discarica di Chiaiano”. Stasera sono tornata a casa in motorino, dal Vomero, dopo il corso d’inglese, insieme a uno che segue con me. Abbiamo fatto un giro un po’ lungo per evitare zone non proprio belle di sera. Siamo arrivati alla rotonda Titanic, tra Chiaiano e Marano, e la puzza ci ha investiti. L’aria lì è quasi pestilenziale. Dalla rotonda degli scontri del 2008, la puzza ti insegue fin più giù. Poi giri l’angolo e speri di essere lontano, invece ancora puzza. Ora Chiaiano si avvia alla saturazione, alternative ancora non sono state individuate, noi non sappiamo dove andare a sversare e se in città le cose non vanno poi così male perché qualcosa riescono a fare, in provincia si soffoca.

Ho provato a immaginare cosa significhi vivere lì, doversi abituare alla puzza che ti entra in casa, nelle stanze, nel naso e non se ne va. Mi sono chiesta come sia possibile arrivare a tanto, scrollare le spalle puntando l’indice contro qualcun altro, sempre in cerca di un responsabile a cui addossare una colpa che è di tutti.

Hanno un’altra luce, un’altra importanza le corse e gli sbattimenti, i pensieri, i propositi e le intenzioni, il sindaco che annuncia per l’ennesima volta la differenziata a Scampia, gli operatori ittici (perché chiamarli pescivendoli ormai non è politically correct) che non vogliono trasferirsi a Volla, il corso di inglese a metà perché cercavo di parlare con Sommese e De Mita jr (entrambi Udc in Giunta alla Regione) dopo il diktat di Berlusconi di cacciare dagli esecutivi tutti gli esponenti del partito di Casini.

Di questa giornata, cominciata con una corsa per le scale perché stava suonando l’antifurto del motorino, fatta di proteste e un po’ di paura perché stasera il Comitato 10 febbraio aveva organizzato un corteo in memoria delle vittime delle Foibe e c’erano quelli di Casa Pound e dietro l’angolo, a piazza Matteotti, quelli dei centri sociali, pronti a darsi mazzate, io ricorderò la puzza di monnezza. E vorrei che fosse possibile farla annusare a chi dice che la gente comune (non i vari Comitati che pure ci marciano) non ha motivo di lamentarsi perché i rifiuti nelle cave a norma non puzzano.

L.