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“Chi sa parli”

Io, cronista e vittima oggi scrivo per papà Chi sa parli, ci aiuti a fare giustizia (Da Il Mattino, 15 gennaio 2011)

di Mary Liguori

“Scrivo questo articolo perché me lo ha chiesto mia madre che in questo momento, forse più di me, crede nel potere dei mezzi di comunicazione. Mia madre spera che un appello possa smuovere le coscienze di testimoni che hanno visto il marito morire da innocente. «Chi sa parli, collabori con i carabinieri, ci aiuti a fare giustizia», dice mia madre. Faccio mio quest’appello e non da giornalista, ma da figlia. La figlia di un uomo che ha cominciato a fare il meccanico ad appena otto anni ed è morto mentre lavorava. Quando i killer sono entrati nell’officina, per scovare l’uomo che cercavano e trucidarlo, mio padre stava cambiando l’olio ad un motorino. È morto lavorando, mio padre. Ed è morto per errore, perché si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era un uomo onesto, che amava vivere in disparte, stare lontano dai riflettori.

Oggi si ritrova sui giornali, vittima inconsapevole di una violenza inaudita e noi non possiamo che sperare che un giorno si trovino i suoi assassini, che la giustizia possa prevalere sull’omertà. Quante volte, da giornalista, ho raccolto appelli del genere: familiari di gente ammazzata che si aggrappano alla speranza della giustizia, pur sapendo che nulla farà tornare in vita il proprio caro. 

Oggi tocca a me e alla mia famiglia fare i conti con questo sentimento. Posso solo dire che sto vivendo un incubo, il peggiore degli incubi. Per anni i cronisti come me coltivano il sogno della firma in prima pagina, oggi mi è toccato finirci nel modo più orrendo, quello che mai avrei voluto e nemmeno lontanamente immaginato.

Sento intorno a me tanta solidarietà: i colleghi giornalisti, i fotografi, i rappresentanti delle forze dell’ordine. Il Prefetto di Napoli mi ha inviato un telegramma, che mi ha molto colpito. Ripenso a quello che mi diceva sempre mio padre: «Non importa il lavoro che fai né quanto ti pagano, l’importante è che ti piaccia davvero». So di non essere sola, ma so anche di essere molto più debole senza di lui.

Spesso, dinanzi alla prospettiva di andare via da qui, mi sono risposta: che andassero via gli altri, quelli violenti, quelli che hanno reso questa città invivibile! Perché dovrei essere io ad abbandonare il campo? Io faccio la giornalista anche per cercare di cambiare le cose, per migliorarle. Oggi ci credo un po’ meno, mi chiedo se vale ancora la pena lottare. Ma un secondo dopo mi rispondo che sì, vale la pena. Devo farlo per mio padre, per mio marito che il suo papà l’ha perso appena un anno fa, per i miei fratelli. E per mia madre che, tramite me, vi dice: «Chi ha visto, parli»”.


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Un venerdì nero

Il telefono è squillato troppo presto, prima della sveglia. Mia mamma, da Londra, mi avvisava che le hanno rubato i documenti e il bancomat. Così la giornata è cominciata con una telefonata in inglese, perché al numero verde a cui occorre chiamare per bloccare la carta non rispondono in italiano.

“Però – penso – posso fare colazione con calma, leggere la rassegna. E poi oggi c’è il sole esco in motorino”. Peccato che lo scooter abbia deciso di non mettersi in moto, che la batteria abbia detto ‘Bye bye’. “La macchina, prendo la macchina, sono ancora in tempo per non fare tardi”, mi sono fiondata in auto, direzione Santa Lucia. A Napoli c’è traffico e così, anziché 20 minuti, ho impiegato più di un’ora per arrivare a Santa Lucia, tra lo stress dei semafori e gli automobilisti senza fretta. Mentre ero nel traffico pensavo: “Oddio, quanto devo arrivare lontano” e facevo mentalmente il percorso di quanta strada ancora c’era da fare. Ho parcheggiato, senza pormi troppe domande sul posto, se ci fossero divieti di sosta, grattini da pagar o altro. Solo mi sono accertata che non fossero strisce gialle.

Sono arrivata in tempo, la conferenza per ricordare Marcello Torre, sindaco di Pagani, ucciso dalla camorra non era ancora iniziata. La sala Giunta si è riempita. “Mi raccomando, le domande dopo e magari anche una sulla conferenza”. Perché lo sanno bene, i ragazzi dell’ufficio stampa, che se c’è il presidente a disposizione le domande arrivano a raffica e riguardano tutto. La conferenza in sé, quella semplice, è durata anche poco. E sarebbe andato tutto per il verso giusto, avrei fatto in tempo anche ad andare in Consiglio regionale, dall’altra parte della città. E invece no, Caldoro si è sottoposto a tutte le richieste che avevamo da fargli, ma non in sala Giunta, in una stanzetta dall’altra parte, dove io prima non ero mai stata. E ha pensato bene di rimanere con noi altri 40 minuti a parlare di tutto. Ho provato a non fare il Bianconiglio di Alice nel Paese delle meraviglie, però ci pensavo che era tardi (lo era davvero). La collega dell’Agi mi ha detto: “Non lo guardare l’orologio”, mentre quello del Mattino mi faceva: “Tic tac, tic tac” e rideva.

Sono scappata da Santa Lucia, era la mezza, il Consiglio era convocato per le 11.30, a oltranza. Correndo, sono arrivata al Centro direzionale giusto per sentirmi dire che il Consiglio era già finito! Se non è roba da targato gs o cs questa! Con i capelli dritti in testa, sono tornata a casa, con un traffico bestiale che non finiva mai.

In ritardo per i tempi di un’agenzia, ho mandato tutti i pezzi. Poi il giallo di un lancio su Pompei che non si trovava, fino a scoprire, dopo non poche telefonate, che non era stato passato. Per fortuna esistono i colleghi che ti chiedono se hai intenzione di scrivere, senza arroganza, tu rispondi “Già fatto” e loro ti fanno presente che il lancio non c’è, “ma forse è il nostro sistema che non funziona, ci sono i tecnici che stanno provando a ripararlo”. La cosa ti insospettisce, chiami, chiami, chiami fino a quando non hai la certezza che il lancio non era passato. “Rimandalo, ci pensiamo adesso”. Tutto a posto, ma solo alle 20.15 o_O

Intanto domani* Berlusconi torna a Napoli perché “la questione dei rifiuti si può concretamente risolvere”. Certo in strada ora ci sono solo (si fa per dire) 1.800 tonnellate, niente rispetto all’emergenza del 2008, poco rispetto alle scorse settimane, ma ancora uno schifo al quale in troppi sono ormai abituati.

L.

* non è venuto. Ha telefonato a un convegno che c’era sabato mattina e ha detto che la città certamente può tornar pulita in breve tempo. Ha parlato tanto, ha dato parecchio da lavorare a chi era lì. Per fortuna, però, non è venuto. Per strada faceva freddo, pioveva e io ero vestita troppo leggera per gli appostamenti davanti alla Prefettura.

Mille fiaccole contro la camorra e le scarpe nuove

Prima Officina 99 per capire come andranno domani a Roma per la manifestazione della Fiom, poi il Pd che vuole rispondere al legame tra camorra e politica a Gragnano e alla fine la fiaccolata contro la camorra che è partita dalla piazza davanti all’ex Birreria Peroni. In mezzo le mie fantastiche scarpe.

La preoccupazione era che la manifestazione non riuscisse, che la gente stesse a casa o ai lati a guardare. E invece qualcuno c’era nonostante all’inizio fossero presenti più politici e forze dell’ordine che cittadini (anche la stampa era alquanto assente visto che c’era Fini e da lui c’era la socia).

Il corteo ha attraversato i posti più difficili di Miano e Secondigliano e quando siamo arrivati nel ‘Terzo Mondo”, un tipo appoggiato a un lampione ha visto la Iervolino e ha detto: “Ma che è? Ci stanno le votazioni?”. La frase, che in quel momento mi ha fatto sorridere, in realtà è emblematica di quello che la gente percepisce: la politica scende in strada e si fa vedere solo quando si vota, poi si chiude nei palazzi e chi s’è visto s’è visto.

Conoscevo già il Terzo Mondo, base del clan Di Lauro. Stasera, però, quando siamo entrati nel cuore di quella zona, io mi sono sentita stretta come non era ancora accaduto. Il corteo, che fino a quel momento aveva proceduto a ritmo sostenuto, ha di colpo ralentato e la polizia ha cominciato a guardarsi intorno con insistenza. Non posso dire con certezza se ci fossero sentinelle, i famosi pali, ma qualche faccia ‘strana’ l’ho vista. Questo sì.

Poi con un lungo applauso il corteo si è sciolto e ognuno è tornato nella propria casa dorata, lasciando di nuovo sola la gente del quartiere.

L.

Solo un giornalista

Il 23 settembre di 25 anni fa io ero troppo piccola.

Di Giancarlo Siani ho letto, ho sentito parlare soltanto ben dopo la sua morte.

Giancarlo era amico di gente che conosciamo. Per noi nati negli anni Ottanta è una specie di santino.

È un ragazzo morto più o meno alla nostra età per aver fatto il suo mestiere. Un morto sul lavoro, ma scrivere la verità non è un lavoro normale e allora Giancarlo Siani è un morto di camorra.

Morto per il peso inconsapevole delle sue parole. Che ne sapeva, lui, che di parole si può morire? E noi lo sappiamo quanto può essere insostenibile il peso delle nostre parole, quelle di chi scrive per raccontare la verità agli altri?

Oggi dicono che era abusivo, lui lo sapeva che abusivo era un traguardo da conquistare. Siani era un precario, uno che tutti i giorni butta il sangue in strada per quattro lire, quando arrivano. Ma era bravo e sapeva che ce l’avrebbe fatta, per questo non ha mai mollato e non è diventato ufficio stampa/impiegato di banca/postino ecc. Finché il sangue non gliel’hanno fatto buttare davvero.

Per noi che non lo conoscevamo Siani è un eroe. Con tutto il rispetto, non credo volesse esserlo. Io che oggi ho l’età in cui lui è rimasto congelato per l’eternità non vorrei essere un eroe, solo una giornalista. Anzi, una cronista. Una che vede e racconta. E questo faceva Giancarlo, vedeva, e raccontava. Raccontava la verità perché questo è senso del mestiere in cui credeva. Non si è tirato indietro, dinanzi a questa verità. O forse soltanto non ha avuto il tempo di farlo.

Non ci sono grandi lezioni da imparare, se non l’amore per un mestiere che ti porta a macinare chilometri, svegliarti la mattina, andare a dormire tardi la sera, fare mille sacrifici, lavorare 20 ore al giorno e cercare la verità, sempre, comunque.

Giancarlo Siani era solo un ragazzo che sognava di fare il giornalista.

A.