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Un giorno lungo 48 ore

Sono stati giorni intensi. Giorni senza tempo nemmeno per mangiare, pensare. Giusto qualche minuto per sentire al telefono la socia, che quanto a impegni non è seconda a nessuno, e poi scambi continui di messaggi perché diversamente non sarebbe possibile.

Venerdì e sabato sono stati un unico giorno, senza interruzione. Un po’ per il lavoro un po’ per il dopolavoro, tra feste e concerti. E più cerchi di finire presto perché hai la vita che ti aspetta più le cose si complicano e resti bloccato in posti dove non prende il telefono, ascoltando sindaco e assessori che dicono: “L’università a Scampia si farà, è una cosa che non si discute” o davanti a una chiesa per capire se quel prete, che a luglio è stato sorpreso in tangenziale a Napoli, mentre faceva sesso con una 15enne, è davvero stato trasferito lì.

Non basta alzarsi presto la mattina, dopo aver fatto tardi la sera prima, per andare al Cardarelli dove hanno rinnovato un padiglione (con i mobili di Ikea, secondo alcune fonti molto molto attendibili). Mentre stai scrivendo dal pc di una redazione che non è la tua, il capo ti chiama e ti dice: “Quando avrai finito, perché a un certo punto dovrai pur finire, vai a fare un giro alla chiesa di Santa Lucia a Mare e cerca di capire se è vero o meno che quel prete sospeso sia stato trasferito lì e dica messa”.

Quando sono arrivata, di corsa e senza mangiare – fatta eccezione per una ‘camilla’ che mi aveva dato un collega e qualche caramella alla violetta – ho trovato quelli di Sky in cerca, come me, di qualcosa. Poi loro sono andati via, accontentandosi delle voci della gente e io sono rimasta sola.

Un paio di telefonate, i minuti gratis del piano tariffario che finiscono, un messaggio completamente inaspettato, i contatti giusti e la giusta faccia tosta e tenera per entrare in chiesa, andare dal diacono e parlargli. Ce l’ho fatta, anche se ormai erano passate le 18 e io avrei voluto girare per negozi invece di star lì, da sola. E poi ho scritto, tanto. Ero felice e il mio capo è stato contento. In un attimo, mentre mi diceva: ‘Brava!’, ho dimenticato la fame, la stanchezza, il raffreddore e che erano le otto passate di sabato sera e io non sapevo se sarei riuscita a tornare a casa perché “se esce il sei al Superenalotto, vai tu”.

Ho esultato quando dall’altra stanza ho sentito un mio collega che diceva: “Nessun sei”. Altrimenti sarei dovuta andare e allora venerdì e sabato non sarebbero stati un giorno di 48 ore, ma infinito.

L.

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