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Legge 69/1963, art. 32

La sveglia alle 6 e mezza (una decina di sveglie a cinque minuti dall’altra, per sicurezza), appuntamento alle 7 e un quarto all’ascensore, “oh allora prendete voi i giornali per tutti? Ma grazieee”, la doccia calda, i giornali, un rito talmente antico che non so più quand’è iniziato, qualche telefonata, un messaggio di un collega con cui hai condiviso un po’ quest’avventura.

Poi il sonno.

La giornata, del resto era iniziata presto. Avevo dormito poco perché domenica sera ero andata alla festa della mia migliore amica e ieri mattina mi ero alzata prima della sveglia. E poi la valigia da preparare, prendi il computer, i documenti, la cioccolata, controlla che ci sia tutto. Corri che c’è chi ti accompagna all’appuntamento lasciandoti un portafortuna.

Il viaggio verso Roma è più lungo del previsto perché ci fermiamo mille volte a chiacchierare tra noi e con gli occupanti dell’altra auto, svuotando gli autogrill di ogni genere alimentare e quotidiano o settimanale che ci sembra valido o quantomeno interessante.

Dopo circa 6 ore intravediamo il cartello dell’Ergife e io sorrido perché penso a tutte le volte che sono passata di qui dicendo: “Qui si fanno gli esami… Chissà se ce la farò a venir ci”.

Eccoci qui. Ci sistemiamo nelle nostre camere e io mi ritrovo in fondo a un corridoio con nessun altro vicino, le luci che s’accendono man mano che cammini e il terrore di trovarmi davanti un triciclo. Meglio andare giù tutti insieme, carpire suggerimenti e consigli e poi andare a mangiare la pizza di rito croccante, romana, che è meglio mandare giù con una birra. Saluti, ancora in bocca al lupo.

Un rumore, occhi spalancati. Che ore sono? Poco dopo le cinque. Meglio dormire, niente da fare. Il fantasma ha svegliato anche me in quest’angolo sperduto di Roma. Mi arrendo al freddo del mattino che non è ancora arrivato e lo aspetto preparando la roba, la doccia, quei piccoli gesti della routine mattutina, un ultimo ripasso (poi rivelatosi del tutto inutile).

L’impazienza. Ma i giornali? Andiamo a fare colazione con un pessimo caffè che mi mette di cattivo umore e non allevia il mio mal di testa, mentre gli australiani che ci circondano ingurgitano uova strapazzate zeppe di pepe alternandole con un sorso di cappuccino, un morso al cornetto imbottito con burro formaggio e prosciutto e mezzo bicchiere di succo d’arancia. Meglio fuggire. Cinque minuti di conversazione bastano a farci capire che abbiamo bisogno di silenzio. Un po’ di tempo per mandare a memoria le parti del giornale che ci interessano.

Appuntamento alle 8.20 giù nella hall e lì inizia al bello. Fa un freddo cane e l’istinto suggerisce di rintanarsi al chiuso, ma bisogna resistere. Dopo file, corse a posare le borse, ipotesi sui possibili quiz, ultimi sguardi fugaci al giornale si entra.

L’impatto è tremendo. Troppa gente, troppa ansia concentrata pronta ad assalirti.

Il mio nome è su un cartello ma il presidente mi chiede se posso spostarmi. “Hai vinto un premio”. In realtà non lo è stato affatto, ma questo l’ho scoperto solo dopo.

Tra la schermata bianca del mio mac e il via ufficiale passa troppo tempo, e io ho mal di testa. Qualcuno scrive già ma io non lo imito: cosa faccio in quelle sei ore altrimenti, io che sono abituata ad andare di fretta?

Il tempo dell’esame è quello già raccontato da molti ed è un mix di nervi saldi e momenti d’isteria. Le domande sono più difficili di quello che immaginavo e la traccia ha un taglio diverso. Le difficoltà ci sono e qualche piccola mano arriva solo alla fine, per di più in versioni contrastanti che ci mandano al manicomio.

In qualche modo il tempo finisce o forse sono solamente io che m’arrendo e non ce la faccio più, consegno tutto e fuggo via alla ricerca degli ultimi raggi di sole di questo tiepido pomeriggio romano. Poco soddisfacente, come tutto il resto. Mi resta addosso una confusione pazzesca e la sensazione di smarrimento difficile da scacciare di chi aveva rimosso ci fosse un dopo.

E poi ci sono altre ore in autostrada, un panino mangiato distrattamente in autogrill, le telefonate, molte risate.

Finalmente casa, con la voglia di non pensare più. Almeno per un po’.

A.

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E adesso che tocca a ‘te’

Oggi tocca a lei, è il giorno: con il computer dovrà far magie, ha paura – ne avevo anch’io. La mia socia è a Roma da ieri sera. In una camera dell’Ergife, alla fine di un lungo corridoio, che lei dice “ricorda Shining”, però “la stanza ha un ameno balconcino”.

Chissà se ieri qualcuno le avrà raccontato la storia della morta fantasma che si aggira per l’albergo e che tormenta i praticanti che devono fare l’esame e non li lascia riposare. Perché di sicuro non può essere l’ansia a tenerli svegli, ma il fantasma che muove le sue catene in giro per l’albergo, no? (Io dormii a casa di un’amica, dall’altra parte di Roma, e non chiusi occhio perché come ci provavo, vedevo Amato, all’epoca ministro dell’Interno e ci litigavo. Incubi)

Non sentirà il ticchettio incessante delle dita che battono sui tasti delle macchine per scrivere. Ma ugualmente avrà nelle orecchie il vociare degli altri che stanno scrivendo al pc, pensando a voce alta all’attacco più bello che abbiano mai scritto e che possa fare colpo sulla commissione. Perché è così: scrivi da una vita, mille volte ti hanno detto che sei bravo pure a trovare la notizia. Ma l’idea di una commissione che ti deve giudicare ti fotte, ti paralizza.

Li immagini in cerchio, ad ascoltare uno dei commissari che legge a voce alta il tuo pezzo e non sai che aspettarti.

“E’ una prova di bella scrittura”, mi ha detto quando le ho telefonato ieri pomeriggio. Lei era appena arrivata all’Ergife dove, a quanto pare, non c’è il wireless. Forse per evitare che i praticanti ne approfittino durante gli scritti.

Stamattina mi ha confessato di aver dormito in tutto 4 ore perché “alle 5 ho sentito un rumore”. Forse era la morta dell’Ergife che voleva giocare con il suo Mac.

L.