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La socia sta aspettando da giorni un racconto. E allora, mentre fuori diluvia e prevedo che tra poco le redazioni ci chiameranno per fare la conta del maltempo, vi dico com’è andata.

Venerdì è stata la classica giornata allucinante in cui da quando ti alzi a quando ti svegli non riesci a fermarti mezzo secondo, e in più avevo anche un principio di raffreddore che mi stava uccidendo (e lo sta facendo ancora). Però è stata una giornata bellissima, di quelle che non dimenticherò.

Nel pomeriggio io e la socia dovevamo seguire lo stesso convegno, uno con il presidente della Regione su federalismo e regionalismo, dov’erano attesi pure Gianni De Michelis, Daniele Capezzone, Stefania Craxi.

Lei arriva un po’ prima di me, quando sono lì ci sono già diversi colleghi. Piano piano, siccome in molti sapevano, si diffonde la notizia che sto aspettando i risultati dello scritto dell’esame da giornalista che ho fatto il 19 ottobre. Tutti mi chiedono cosa ho fatto, che tema ho scelto, mi incoraggiano, perché chi  ha sostenuto quell’esame sa bene l’ansia quanto sia dura da affrontare. Poi arriva Caldoro e, giustamente, ci dedichiamo a lui, gli chiediamo dei comitati del sì e dei rifiuti e dei disoccupati che hanno scaricato di nuovo letame fuori alla Regione e del federalismo che “se non ha le risorse per mettere tutte le regioni, tutti i comuni allo stesso punto di partenza finirà per dividere invece di unire”.

Mentre lo intervistiamo però mi arriva una telefonata. Vedo che sul display c’è un numero del giornale e allora non capisco più niente, rispondo e dall’altra parte c’è il direttore, mi dice che non devo presentarmi all’orale, cerca di spaventarmi, e poi aggiunge che non devo perché ho preso un voto talmente alto che è inutile. Sorrido, corro ad abbracciare un collega che prima lavorava con me e a cui sono molto affezionata, sorrido alla socia che capisce tutto, molla il registratore corre ad abbracciarmi e iniziamo ad esultare e festeggiare come due cretine, come due ragazzine davanti ai quadri di fine anno, come se davanti a noi ci fossero i voti di latino e matematica e non il presidente della Regione. Ce ne freghiamo e la nostra allegria contagia anche gli altri che capiscono e corrono a festeggiarmi pure loro, chi con una stretta di mano, chi con un abbraccio, ognuno a modo suo, mentre Caldoro ci guarda allucinato perché è l’unico che non sta capendo niente, e glielo dico al suo ufficio stampa di fargli sapere che non sono cretina, solo felice.

Del convegno non me ne frega più nulla, chiamo mamma, rispondo al President che mi urla “fai schifo!”, chiamo una persona che tutta contenta annuncia la notizia ad alta voce ai suoi colleghi, trovo papà che a un certo punto non capisce più niente e urla “Vedete com’è bella mia figlia”.

Poi siamo tornate al lavoro, più o meno, sorridendo. Perché per un giorno ho avuto davvero qualcosa da festeggiare. Aver passato quest’esame è una ricompensa per i sacrifici fatti finora. Per il lavoro duro, per le giornate passate in qualche pizzo dell’universo al freddo, per le vacanze saltate, per i weekend che non ho mai fatto e i viaggi che non riesco a fare senza stipendio.

Averlo passato con un bel voto, “hai preso più di me, nessuno mi aveva battuto finora”, m’ha detto un collega che questo mestiere lo sa fare davvero, è un onore e un incoraggiamento. A fare di più e a farlo meglio, sperando di poterlo poi fare bene.

A.

Tra garofani rossi finisce un’altra settimana

La fortuna è che è venerdì. Le socie, che poi siamo sempre noi, sono già insieme, nella redazione dei giornalisti randagi perché oggi hanno seguito lo stesso convegno sul federalismo, organizzato (e la citazione è d’obbligo, vero socia?) dal “Circolo Filippo Turati che fa capo al Nuovo Psi”. E qui scoppia fragorosa una risata e la socia sa perché.

Intanto lei si è dimostrata un genio. Ora dubbi – se qualcuno casomai ne avesse – non ce ne sono più, il perché deve spiegarlo lei, io poso solo anticipare che l’esame l’ha passato. L’abbiamo saputo in diretta, insieme. Mentre la calca di giornalisti stava intorno a Caldoro per porgli tutte le domande che si possono immaginare, il suo telefono ha squillato e due secondi dopo ha saltellato alle spalle di un collega, sorridente, felice. L’ho vista e ho capito: era la telefonata che aspettava. Ho staccato il registratore, detto al collega dell’altra agenzia: “Continua tu” e smesso di scrivere e di essere seria perché volevo assolutamente abbracciarla, farle gli auguri, i complimenti prima che anche gli altri capissero cosa stesse succedendo e soprattutto perché si facesse tutta quella confusione in un contesto che, fino a quel momento, aveva mantenuto una parvenza di serietà.

E invece tutti in festa perché chi c’è passato lo sa cosa significa superare lo scritto dell’esame da professionista.

Poi il gioco è finito e ci siamo messe davvero a lavorare anche perché per evitare di stare lì fino a notte inoltrata, occorreva prendere tutti quelli che dovevano intervenire prima che si sedessero al tavolo. Ma l’organizzazione era perfetta e così tra un Capezzone, un De Michelis e una Stefania Craxi siamo riusciti ad andare via presto.

Intanto per le strade di Napoli la monnezza c’è ancora, la puzza nell’aria resta perché se le discariche non le abbiamo, gli stir non funzionano, “i rifiuti non si possono smaterializzare e rimangono lì se non abbiamo dove sistemarli”.

E ora noi usciamo, andiamo in giro come due quindicenni, anzi tre perché la streghetta dell’altra volta è con noi anche stasera.

L.

“È la guerra civile” (Back to Naples)

Dopo ore nel letto a cercare la forza di alzarmi, scendo con l’idea di fare qualche servizio e passare in redazione per raccontare di ieri. È stata una giornata distruttiva e a dir la verità mi sento ancora sotto shock. Scendo sentendomi completamente fuori dal mondo. Cioè, le notizie di nazionale da mandare a memoria, giorni di poco lavoro, il viaggio, l’ansia, lo stress, roma, l’esame… Sapere cosa succede perché lo leggo distrattamente in quelle pagine di locale che mai come ora non mi interessano minimamente.

Stamattina mi sentivo come fossi tornata dopo anni d’assenza.

Ero a via Roma in un negozio. Un botto, urla, rumori. Pago e mi piombo fuori mentre la commessa urla che “Ma che è, da noi a Roma stanno a fà manifestazioni tutti i giorni e ste cose non se vedono pe’ niente”. Io e la sua collega ci guardiamo avvilite, lei prova a dire che è “un momento un po’ particolare, ne hanno arrestati parecchi”…e la romana le risponde schifata “E me pare il minimo, ma che siete matti?”. Silenzio, io mi defilo. Esco fuori ed è la guerriglia urbana. Anzi “la guerra civile”, come dice la gente che s’affolla, e scappa, e urla e chiede che è successo.

Fioriere rovesciate, le piantine sono dieci metri più in là. Al centro della strada ci sono due automobili della telecom, più furgoncini in verità, grottescamente ribaltate su un lato. Poverine, fanno sorridere, sembrano giocattoli, le macchinine con cui giocavamo da piccoli. “Mi sono visto una trentina di loro venirmi incontro, mi sono fottuto di paura, sono sceso dalla macchina e l’ho chiusa, poi sono scappata. Manco dieci metri e l’hanno ribaltata”. Ma chi erano? “Ma che ne so, erano grossi, il volto coperto da sciarpe, cappucci, cappelli. Hanno buttato tutto per aria e poi sono scappati per i quartieri”. La gente continua a riversarsi in strada, s’avvicinano intanto le camionette della polizia e gli agenti in tenuta antisommossa. “Era un gruppo di disoccupati organizzati che s’è staccato dal corteo degli studenti e ha fatto un raid” ci spiegano “speriamo che qualche telecamera ripreso qualcosa”. E scuotono la testa.

Arriva un’ambulanza, poi i vigili del fuoco che rimettono in piedi le povere automobiline. Intanto uno dei ragazzi della Telecom, con il decoder Alice sotto al braccio, non ha smesso di lavorare e parla coi suoi capi del problema riscontrato dal cliente. Sul posto c’erano un paio di colleghi, tutti capitati lì per caso. C’ha fatto sorridere questa cosa, era proprio “stare sulla notizia”. Chiamate alle proprie testate, arrivano i fotografi e noi, dopo le ultime verifiche, ci salutiamo.

La mia città stamattina m’ha salutato così, mi ha ricordato chi sono. E pazienza se non ne ho scritto perché alla mia redazione serviva altro. Era il “bentornata” della cronaca.

A.

Legge 69/1963, art. 32

La sveglia alle 6 e mezza (una decina di sveglie a cinque minuti dall’altra, per sicurezza), appuntamento alle 7 e un quarto all’ascensore, “oh allora prendete voi i giornali per tutti? Ma grazieee”, la doccia calda, i giornali, un rito talmente antico che non so più quand’è iniziato, qualche telefonata, un messaggio di un collega con cui hai condiviso un po’ quest’avventura.

Poi il sonno.

La giornata, del resto era iniziata presto. Avevo dormito poco perché domenica sera ero andata alla festa della mia migliore amica e ieri mattina mi ero alzata prima della sveglia. E poi la valigia da preparare, prendi il computer, i documenti, la cioccolata, controlla che ci sia tutto. Corri che c’è chi ti accompagna all’appuntamento lasciandoti un portafortuna.

Il viaggio verso Roma è più lungo del previsto perché ci fermiamo mille volte a chiacchierare tra noi e con gli occupanti dell’altra auto, svuotando gli autogrill di ogni genere alimentare e quotidiano o settimanale che ci sembra valido o quantomeno interessante.

Dopo circa 6 ore intravediamo il cartello dell’Ergife e io sorrido perché penso a tutte le volte che sono passata di qui dicendo: “Qui si fanno gli esami… Chissà se ce la farò a venir ci”.

Eccoci qui. Ci sistemiamo nelle nostre camere e io mi ritrovo in fondo a un corridoio con nessun altro vicino, le luci che s’accendono man mano che cammini e il terrore di trovarmi davanti un triciclo. Meglio andare giù tutti insieme, carpire suggerimenti e consigli e poi andare a mangiare la pizza di rito croccante, romana, che è meglio mandare giù con una birra. Saluti, ancora in bocca al lupo.

Un rumore, occhi spalancati. Che ore sono? Poco dopo le cinque. Meglio dormire, niente da fare. Il fantasma ha svegliato anche me in quest’angolo sperduto di Roma. Mi arrendo al freddo del mattino che non è ancora arrivato e lo aspetto preparando la roba, la doccia, quei piccoli gesti della routine mattutina, un ultimo ripasso (poi rivelatosi del tutto inutile).

L’impazienza. Ma i giornali? Andiamo a fare colazione con un pessimo caffè che mi mette di cattivo umore e non allevia il mio mal di testa, mentre gli australiani che ci circondano ingurgitano uova strapazzate zeppe di pepe alternandole con un sorso di cappuccino, un morso al cornetto imbottito con burro formaggio e prosciutto e mezzo bicchiere di succo d’arancia. Meglio fuggire. Cinque minuti di conversazione bastano a farci capire che abbiamo bisogno di silenzio. Un po’ di tempo per mandare a memoria le parti del giornale che ci interessano.

Appuntamento alle 8.20 giù nella hall e lì inizia al bello. Fa un freddo cane e l’istinto suggerisce di rintanarsi al chiuso, ma bisogna resistere. Dopo file, corse a posare le borse, ipotesi sui possibili quiz, ultimi sguardi fugaci al giornale si entra.

L’impatto è tremendo. Troppa gente, troppa ansia concentrata pronta ad assalirti.

Il mio nome è su un cartello ma il presidente mi chiede se posso spostarmi. “Hai vinto un premio”. In realtà non lo è stato affatto, ma questo l’ho scoperto solo dopo.

Tra la schermata bianca del mio mac e il via ufficiale passa troppo tempo, e io ho mal di testa. Qualcuno scrive già ma io non lo imito: cosa faccio in quelle sei ore altrimenti, io che sono abituata ad andare di fretta?

Il tempo dell’esame è quello già raccontato da molti ed è un mix di nervi saldi e momenti d’isteria. Le domande sono più difficili di quello che immaginavo e la traccia ha un taglio diverso. Le difficoltà ci sono e qualche piccola mano arriva solo alla fine, per di più in versioni contrastanti che ci mandano al manicomio.

In qualche modo il tempo finisce o forse sono solamente io che m’arrendo e non ce la faccio più, consegno tutto e fuggo via alla ricerca degli ultimi raggi di sole di questo tiepido pomeriggio romano. Poco soddisfacente, come tutto il resto. Mi resta addosso una confusione pazzesca e la sensazione di smarrimento difficile da scacciare di chi aveva rimosso ci fosse un dopo.

E poi ci sono altre ore in autostrada, un panino mangiato distrattamente in autogrill, le telefonate, molte risate.

Finalmente casa, con la voglia di non pensare più. Almeno per un po’.

A.

It’s a beautiful day (don’t let it get away)

Premessa: sono una donna distrutta. Tanto per fare un esempio ieri sono scesa alle 9 e mezza, ho seguito il corso, fatto la simulazione dell’esame, poi sono andata in redazione. E sono tornata alle 22.30. Roba che nel fare i titoli pensavo, come si suol dire, alle vacche in Puglia e pure un poco a com’era bello quando in una giornata avevo non dico tempo libero, ma almeno quello di fumare una sigaretta.

E comunque il corso è quasi finito e io sono contenta perché sinceramente non tengo né la capa né l’età di stare 8 ore al giorno seduta a seguire lezioni. In realtà non l’ho mai avuto e mi sono sempre data alla nobile arte del cazzeggio, ma se qui scappassi dal corso dovrei andare a lavorare e quindi comunque non risolvo molto.

Oggi però scappo davvero perché vado al concerto degli U2, con un biglietto preso talmente tanto tempo fa che nel frattempo tantissime cose sono cambiate.

Tolta l’unica nota positiva di questa settimana, vorrei avere un po’ di tempo per pensare.

E anche per studiare perché io, ad essere onesti, non ho ancora capito da quanti membri è composto il Consiglio di Stato e chi li nomina. Vorrei anche riflettere sul fatto che sono sempre stata convinta che avrei fatto il compito di politica, e invece alle due simulazioni che abbiamo fatto in questa settimana mi sono buttata sul pezzo di cronaca con le agenzie, perché mi sono fatta sostanzialmente prendere dal panico e avevo paura, con il tema, di  andare fuori traccia o dimenticare di raccontare un passaggio importante o ancora abbandonarmi a commenti (non opinioni, commenti). Vedremo. La sintesi invece ho scoperto che non mi spaventa. Mi spaventerebbe sintetizzare in 30 righe un fatto denso di cronaca, perché ho la tendenza ad essere prolissa. Ma se mi danno, come pare, una pagina in cui non c’è una notizia degna di questo nome manco a pagarla oro, beh, lì non è più tanto difficile.

Ps. A me il fatto di Sarah Scazzi, dello zio orco e della mamma che scopre tutto in diretta a “Chi l’ha visto?” ha fatto davvero venire il freddo addosso. Anche perché in questi giorni sto approfondendo i limiti del diritto di cronaca.

A.

Lesson number one: take the pen on the table

Allora, io ora vorrei dire a tutti, e in primis alla socia, che sono distrutta ed è soltanto lunedì sera.

Non so come arriverò alla fine di questa settimana.

Detto ciò, mentre mangio pane carasau e acqua, vorrei fare alcune osservazioni.

1. I ragazzi della scuola di giornalismo sono preparatissimi sulla teoria e per questo saccenti (socia, non mi volere male ma è così). Poi però sono andati tutti in crisi perché c’era casino mentre scrivevano l’articolo. Questo denota la loro assenza di pratica redazionale, perché è evidente che non hanno mai fatto un’intervista con uno che ha il cellulare che non gli prende mentre gli altri colleghi urlano da una scrivania all’altra , mettono canzoni su youtube e raccontano barzellette, tutto questo in assenza di ossigeno. Giuro, è la normalità.

2. Dio benedica le agenzie. Se all’esame mi esce il processo breve come oggi alla simulazione – ed è evidente che è un suicidio fare il compito sul processo breve – appena consegnato vado in pellegrinaggio a casa di Sergio Lepri.

3. I 15 membri eletti per un terzo dal Parlamento in seduta comune, un terzo dalla magistratura e un terzo dal presidente della Repubblica NON sono quelli del Csm. In realtà non so bene chi siano. Ok, sono quelli della Corte Costituzionale.

4. Puoi fare carta stampata da una vita, ma spiegare cos’è la giustezza è un cacchio di guaio.

5.  Con quello che guadagni non potrai mai iscriverti alla Casagit. (Ovvero: morirai in un fosso).

A.