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“Se non mi citi, non vale!”

Scrivere un pezzo, su un qualsiasi argomento, implica la scelta del giornalista di chi o cosa citare e raccontare. A meno che qualcuno non lo segnali espressamente (cosa che, purtroppo accade e allora devi essere capace di cavare sangue dalle rape), uno può e deve scegliere. Non è censura né informazione incompleta. Ma se io credo che non sia stato detto nulla di giornalisticamente rilevante, posso non scrivere nemmeno una riga di ciò che è stato detto o fatto.

Così stamattina dopo una conferenza sulla nascita un’associazione interregionale contro il federalismo (Assud), ho deciso di scrivere di cosa si trattasse citando alcuni dei presenti ed escludendo – per mia scelta, sia chiaro – uno di loro che, a mio avviso, non aveva detto nulla di buono. Ebbene quell’uno si è lamentato, mi ha chiesto perché fosse l’unico non citato. Dopo uno scambio di frasi, in chat su Fb, l’ho invitato a contattare la mia redazione se proprio voleva lamentarsi.

Quell’uno non l’ha fatto, non ha chiamato. Ci ho pensato io. Non so cosa mi sia passato per la testa, ma ho telefonato e riferito della conversazione. “Sì – mi sono sentita dire – tu hai ragione, ma ora vedi di ‘apparare’, qualcosa l’avrai pur tralasciato, facciamo una 2 e la mandiamo solo sul notiziario regionale”.

Questa 2, un secondo lancio dallo stesso titolo, non uscirà. Perché non c’era più nulla da dire su quest’associazione né si può scrivere di iniziative in programma visto che al momento non ce ne sono.

Cosa ho imparato? La prossima volta mi faccio i cazzi miei e non chiamo in redazione per riportare che qualcuno si è lamentato. Dopotutto loro hanno diritto di lamentarsi se non vengono citati, io quello di non citarli se non lo ritengo necessario.

L.

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La socia sta aspettando da giorni un racconto. E allora, mentre fuori diluvia e prevedo che tra poco le redazioni ci chiameranno per fare la conta del maltempo, vi dico com’è andata.

Venerdì è stata la classica giornata allucinante in cui da quando ti alzi a quando ti svegli non riesci a fermarti mezzo secondo, e in più avevo anche un principio di raffreddore che mi stava uccidendo (e lo sta facendo ancora). Però è stata una giornata bellissima, di quelle che non dimenticherò.

Nel pomeriggio io e la socia dovevamo seguire lo stesso convegno, uno con il presidente della Regione su federalismo e regionalismo, dov’erano attesi pure Gianni De Michelis, Daniele Capezzone, Stefania Craxi.

Lei arriva un po’ prima di me, quando sono lì ci sono già diversi colleghi. Piano piano, siccome in molti sapevano, si diffonde la notizia che sto aspettando i risultati dello scritto dell’esame da giornalista che ho fatto il 19 ottobre. Tutti mi chiedono cosa ho fatto, che tema ho scelto, mi incoraggiano, perché chi  ha sostenuto quell’esame sa bene l’ansia quanto sia dura da affrontare. Poi arriva Caldoro e, giustamente, ci dedichiamo a lui, gli chiediamo dei comitati del sì e dei rifiuti e dei disoccupati che hanno scaricato di nuovo letame fuori alla Regione e del federalismo che “se non ha le risorse per mettere tutte le regioni, tutti i comuni allo stesso punto di partenza finirà per dividere invece di unire”.

Mentre lo intervistiamo però mi arriva una telefonata. Vedo che sul display c’è un numero del giornale e allora non capisco più niente, rispondo e dall’altra parte c’è il direttore, mi dice che non devo presentarmi all’orale, cerca di spaventarmi, e poi aggiunge che non devo perché ho preso un voto talmente alto che è inutile. Sorrido, corro ad abbracciare un collega che prima lavorava con me e a cui sono molto affezionata, sorrido alla socia che capisce tutto, molla il registratore corre ad abbracciarmi e iniziamo ad esultare e festeggiare come due cretine, come due ragazzine davanti ai quadri di fine anno, come se davanti a noi ci fossero i voti di latino e matematica e non il presidente della Regione. Ce ne freghiamo e la nostra allegria contagia anche gli altri che capiscono e corrono a festeggiarmi pure loro, chi con una stretta di mano, chi con un abbraccio, ognuno a modo suo, mentre Caldoro ci guarda allucinato perché è l’unico che non sta capendo niente, e glielo dico al suo ufficio stampa di fargli sapere che non sono cretina, solo felice.

Del convegno non me ne frega più nulla, chiamo mamma, rispondo al President che mi urla “fai schifo!”, chiamo una persona che tutta contenta annuncia la notizia ad alta voce ai suoi colleghi, trovo papà che a un certo punto non capisce più niente e urla “Vedete com’è bella mia figlia”.

Poi siamo tornate al lavoro, più o meno, sorridendo. Perché per un giorno ho avuto davvero qualcosa da festeggiare. Aver passato quest’esame è una ricompensa per i sacrifici fatti finora. Per il lavoro duro, per le giornate passate in qualche pizzo dell’universo al freddo, per le vacanze saltate, per i weekend che non ho mai fatto e i viaggi che non riesco a fare senza stipendio.

Averlo passato con un bel voto, “hai preso più di me, nessuno mi aveva battuto finora”, m’ha detto un collega che questo mestiere lo sa fare davvero, è un onore e un incoraggiamento. A fare di più e a farlo meglio, sperando di poterlo poi fare bene.

A.

Tra garofani rossi finisce un’altra settimana

La fortuna è che è venerdì. Le socie, che poi siamo sempre noi, sono già insieme, nella redazione dei giornalisti randagi perché oggi hanno seguito lo stesso convegno sul federalismo, organizzato (e la citazione è d’obbligo, vero socia?) dal “Circolo Filippo Turati che fa capo al Nuovo Psi”. E qui scoppia fragorosa una risata e la socia sa perché.

Intanto lei si è dimostrata un genio. Ora dubbi – se qualcuno casomai ne avesse – non ce ne sono più, il perché deve spiegarlo lei, io poso solo anticipare che l’esame l’ha passato. L’abbiamo saputo in diretta, insieme. Mentre la calca di giornalisti stava intorno a Caldoro per porgli tutte le domande che si possono immaginare, il suo telefono ha squillato e due secondi dopo ha saltellato alle spalle di un collega, sorridente, felice. L’ho vista e ho capito: era la telefonata che aspettava. Ho staccato il registratore, detto al collega dell’altra agenzia: “Continua tu” e smesso di scrivere e di essere seria perché volevo assolutamente abbracciarla, farle gli auguri, i complimenti prima che anche gli altri capissero cosa stesse succedendo e soprattutto perché si facesse tutta quella confusione in un contesto che, fino a quel momento, aveva mantenuto una parvenza di serietà.

E invece tutti in festa perché chi c’è passato lo sa cosa significa superare lo scritto dell’esame da professionista.

Poi il gioco è finito e ci siamo messe davvero a lavorare anche perché per evitare di stare lì fino a notte inoltrata, occorreva prendere tutti quelli che dovevano intervenire prima che si sedessero al tavolo. Ma l’organizzazione era perfetta e così tra un Capezzone, un De Michelis e una Stefania Craxi siamo riusciti ad andare via presto.

Intanto per le strade di Napoli la monnezza c’è ancora, la puzza nell’aria resta perché se le discariche non le abbiamo, gli stir non funzionano, “i rifiuti non si possono smaterializzare e rimangono lì se non abbiamo dove sistemarli”.

E ora noi usciamo, andiamo in giro come due quindicenni, anzi tre perché la streghetta dell’altra volta è con noi anche stasera.

L.

Il cameraman con i rasta, i rifiuti e una conferenza lampo

É il cameraman rasta all’angolo di via Chiaia il segnale che ci sono quelli di Annozero. Anche loro vogliono parlare di rifiuti con Cesaro. Ma noi abbiamo fretta e soprattutto vogliamo evitare che Cesaro si indispettisca e decida di non rispondere a nessuno.

Così un collega telefona al portavoce e gli dice di fermare l’auto non davanti all’ingresso principale del Gambrinus, ma quello di lato. L’auto blu arriva e Cesaro scende. Entriamo nella sala dove la conferenza sul federalismo è già cominciata (e sarà un incontro lampo perché tutti – o quasi – devono andare a vedere la partita del Napoli) Lo intervistiamo e stiamo tranquilli.

Poi la porta si apre e la prima cosa che si vede è la giraffa, il microfono lungo, poi il giornalista si affaccia e domanda:”Quello lì è Cesaro?”. Ma non da in tempo a sentirlo prima che si sieda, deve aspettare e noi con lui.

Alla fine lo intervista, gli pone le sue domande – che in fondo sono le stesse nostre, però poste in maniera… come dire? antipatica – e Cesaro risponde, ribatte, precisa, sottolinea, spiega. “L’emergenza è stata risolta, ora il problema sono le proteste a Terzigno e il fatto che a Napoli non si fa la differenziata”, “Basta con la violenza” e “Non vorrei essere nei panni dei sindaci di quei paesi”.

Io detto tutto. In redazione sono incasinati: il Liverpool che gioca contro il Napoli (la partita è finita 0-0), i tifosi inglesi feriti , Terzigno, il Consiglio dei ministri convocato per domani proprio sui rifiuti.

Alle 19 sono fuori, libera. Libera di andare finalmente a studiare il mio inglese.

L.

P.s.: un passaggio tv su annozero stavolta non me lo leva nessuno perché mentre intervistavano Cesaro io ero accanto a lui e il cameramen rasta ha ripreso pure me. Poi, però, nel montaggio potrebbero aver tagliato. Verificherò.

Ed è appena lunedì

La sveglia che suona prima delle 7, la pioggia che batte alla finestra e urla che oggi non uscirai in motorino, il caffè. Poi di corsa in macchina a lavoro, un convegno su federalismo e sanità, a Villa Doria d’Angri, Posillipo (wow, che culo!). Un’ora e 40 minuti per fare una ventina di chilometri, ma tu sei tranquilla perché pensi: “Non saranno puntuali nemmeno loro visti il traffico e la pioggia” e soprattutto “Non verrà Caldoro visto che ieri era a Saint Vincent che non è certo dietro l’angolo”. E invece no! Caldoro c’era! Io e la gazzella della polizia siamo arrivati praticamente insieme, il resto della carovana dopo qualche minuto.

Niente paura, non facciamoci prendere dal panico e manteniamo la calma anche se loro hanno la precedenza, tu non hai ancora trovato posto per l’auto e giù potrebbero già esserci altri colleghi. Ho parcheggiato, non senza danni, e sono corsa a rotta di collo, sotto la pioggia, senza aprire l’ombrello, su una discesa ripida e bagnata.

È il lato ‘bagnato’ di questo lavoro, quando resti la mattinata coi i capelli umidi, la tosse che ti perseguita e in testa il ricordo di un incubo a metà, come un ronzio, che non ti lascia in pace.

Poi il convegno, in una sala dove il telefono non prende, piena zeppa di gente e con le finestre chiuse perché entra il vento che stamattina è freddo. Ma fa caldo e non si respira, maledizione!

Ma sì, il federalismo può essere un’opportunità, basta crederci. Non come il signore che ha detto: “Ma perché mi chiedete del federalismo? Voi siete proprio sicuri che partirà?”. E non era un tipo qualsiasi, ma uno che fino alla scorsa settimana si è occupato di sanità in Campania prima di andar via sbattendo la porta.

Però, non ci faremo mettere i piedi in testa da nessuno, e “se dalla Lega arriveranno tentativi di arroganza e prepotenza contro il Mezzogiorno, noi risponderemo colpo su colpo”. Io, in realtà, prenderei il bazuka, quello che tengo nascosto nell’armadio perché può sempre tornare utile, e farei piazza pulita.

Adoro questo mestiere anche se è appena lunedì e sono già esaurita.

p.s.: dopo  la fiancata sinistra, ricordo della campagna elettorale dello scorso marzo, oggi ho distrutto quella destra.

L.