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Let it be

“Non voglio assistere”, aveva esclamato l’amica mentre guardava una opalina rossa, con gli auguri di Natale che la ragazza teneva in mano. Il biglietto faceva capolino per la seconda volta durante la serata. La prima era stata un po’ prima, al ristorante, perché lei aveva tirato fuori il portadocumenti e il biglietto, più grande, era lì. L’aveva comprato in mattinata, mentre completava il giro dei regali di Natale, e scritto a mano come non si usa quasi più. Auguri di Natale. L’aveva riposto. No, non era quello il momento. La serata sarebbe proseguita ancora per un po’, l’attimo giusto l’avrebbe trovato.

Nel bar, mentre erano in fila per prendere da bere, il biglietto sarebbe potuto scivolare nella tasca del cappotto dell’ignaro destinatario senza essere notato. Perché la tasca era un po’ aperta e abbastanza grande per contenerlo. “Lo faccio, non lo faccio, lo faccio, non lo faccio”, pensava la ragazza. Poi, seppure fosse stata scoperta, non stava facendo niente di male: consegnava una lettera. E no, alla fine non l’aveva fatto, mentre l’amica che un po’ rideva di nascosto si era allontanata perché “non voglio assistere”. (“Trovo assurdo che tu gli abbia scritto un biglietto d’auguri per Natale”, la reazione dell’amica era stata questa quando la ragazza  le aveva raccontato cosa aveva fatto). Aveva rificcato nella borsa quel cartoncino rosso che si era portata in giro per la città e che si era un po’ sgualcito, senza scritte sulla busta.

La serata era tranquilla, forse paradossale, ma tutto sommato serena. La ragazza aveva chiesto all’amica di esserci. Già dal giorno prima quando aveva ricevuto la telefonata, di quelle che non ti aspetti, per uscire tutti insieme e darsi gli auguri. “Qualunque cosa accada, domani sera sei con me”, e lei, l’amica, aveva annuito, capito, compreso che stava chiedendo una mano e non si era tirata indietro. Perché ci sarebbero potute essere persone in grado di complicare le cose e stavolta la ragazza non voleva essere sola.

Quattro chiacchiere, “Stai qui, può essere che la convince e fa un figlio davvero” e la ragazza era rimasta nel bar con tre ‘forestieri’ cercando di mantenere la conversazione  sul frivolo, mentre l’amica era uscita in strada. Ma provare a spiegare se vuoi o non vuoi un figlio e a che età non è la cosa più semplice se la musica è alta, se puoi essere fraintesa (e sticazzi, però) e se non puoi dire chiaramente perché. Maschio, femmina e poi cosa scrivi, chi ti legge. “Pochi per la verità”, “Ah già fai l’agenzia”. E occhiate da lontano con l’amica.

Margarita, una sigaretta, incontri con persone che si presentano con nome e cognome. “Ma qui si usa così?”, “No, per carità”. Poi la strada verso le macchine e l’edicola aperta. Le due amiche si erano fermate per comprare i giornali. In prima, di spalla, un articolo che aveva colpito entrambe. Il resto del gruppo aveva un po’ protestato. “E va be’, ma questo è lavoro”, “D’accordo, li mettiamo via”.

Eccolo il momento: i saluti e gli auguri prima di rimettersi in macchina e tornare ognuno a casa sua. “Buon Natale” e la ragazza aveva allungato la mano verso di lui tenendo in mano la busta rossa, una letterina. Poi via. Let it be.

“Potevi farlo in maniera diversa”, ridacchiava l’amica mentre si rimettevano in auto, da sole. E tutte e due, in macchina, avevano riaperto il giornale ancora fresco di stampa e in silenzio leggevano lo stesso articolo. “E’ un momento che andrebbe fotografato, se ci fosse con noi una terza persona”. Ma no, non c’era nessun altro e quella foto non è stata scattata.

p.s. “Secondo me l’ha letto ad alta voce”. Sì, tipo letterina di Natale

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