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Solo domenica

Mi incanto un solo istante mentre stiamo giocando a carte, dopo un giro di tombola. Fisso il pendente di uno dei presenti.
– ehi, ehi, ehi. ci sei? (è la socia)
– eccomi
– sei stanca?
– no
– a cosa stai pensando?
– a lunedì
– c’è tempo. oggi è solo… domenica

L.

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“Che Dio ci benedica, tutti”

Non è Natale senza il Canto di Natale di Topolino.

Lo facevano in tv stamattina e sono riuscita a vederne gli ultimi dieci minuti, sorridendo.

Tra corse, lavoro e stress il Natale me lo dimentico tutti gli anni. Mi conquista all’improvviso, quando distribuiamo uno a uno i regali sotto l’albero, facciamo pausa a mezzanotte per la nascita del bambino Gesù, e poi riprendiamo. C’è un copione non scritto che si ripete ogni anno, la cena che è sempre la stessa e i pacchi aperti sapientemente, distribuendoli tra i vari membri della famiglia, per evitare che uno finisca troppo presto i suoi.

Ognuno ha il suo Natale in casa Cupiello.

Quest’anno Babbo Natale è stato estremamente buono e io per un attimo ho guardato i miei, poi l’albero, e il presepe che mi comprò mio nonno tanto tempo fa e poi ampliammo io e papà con sughero, colla e fantasia, e mi sono sentita felice. Sono rari i momenti in cui i problemi li dimentichi e ti sembra che tutto, in fondo, sia bello. Vado in giro con le mie calze rosse e le mollette con un pupazzetto, un angelo. E ne sono fiera. Stamattina mi sono messa alla guida per fare il giro dell’isolato, salire da mio zio, caricare in auto tre sedie, depositarle a casa e poi parcheggiare. La gente mi guardava e io ridevo. Perché Natale è un po’ così, succedono cose ridicole e divertenti come quella volta che scappò il capitone o quell’altra in cui saltò la luce e cucinammo tutto al buio, con le candele.

Natale è bello pure perché per un po’, cascasse il mondo, il lavoro non esiste. Le redazioni sono chiuse, il giornale in edicola non esce e puoi camminare per strada senza il timore che una notizia ti cambi la giornata. Io e la socia stiamo tirando un attimo di respiro, per un pochino libere. Lei starà giocando col suo nuovo giocattolo e io sorrido felice pensando alle mie cose nuove e a quanto mi piacciono e quant’è bello che la mia famiglia si sia data da fare per comprarmi cose che mi piacessero.

Perché in fondo, nonostante c’abbia litigato a lungo, a me ‘o presepe mi piace. Ma proprio tanto.

A.

Let it be

“Non voglio assistere”, aveva esclamato l’amica mentre guardava una opalina rossa, con gli auguri di Natale che la ragazza teneva in mano. Il biglietto faceva capolino per la seconda volta durante la serata. La prima era stata un po’ prima, al ristorante, perché lei aveva tirato fuori il portadocumenti e il biglietto, più grande, era lì. L’aveva comprato in mattinata, mentre completava il giro dei regali di Natale, e scritto a mano come non si usa quasi più. Auguri di Natale. L’aveva riposto. No, non era quello il momento. La serata sarebbe proseguita ancora per un po’, l’attimo giusto l’avrebbe trovato.

Nel bar, mentre erano in fila per prendere da bere, il biglietto sarebbe potuto scivolare nella tasca del cappotto dell’ignaro destinatario senza essere notato. Perché la tasca era un po’ aperta e abbastanza grande per contenerlo. “Lo faccio, non lo faccio, lo faccio, non lo faccio”, pensava la ragazza. Poi, seppure fosse stata scoperta, non stava facendo niente di male: consegnava una lettera. E no, alla fine non l’aveva fatto, mentre l’amica che un po’ rideva di nascosto si era allontanata perché “non voglio assistere”. (“Trovo assurdo che tu gli abbia scritto un biglietto d’auguri per Natale”, la reazione dell’amica era stata questa quando la ragazza  le aveva raccontato cosa aveva fatto). Aveva rificcato nella borsa quel cartoncino rosso che si era portata in giro per la città e che si era un po’ sgualcito, senza scritte sulla busta.

La serata era tranquilla, forse paradossale, ma tutto sommato serena. La ragazza aveva chiesto all’amica di esserci. Già dal giorno prima quando aveva ricevuto la telefonata, di quelle che non ti aspetti, per uscire tutti insieme e darsi gli auguri. “Qualunque cosa accada, domani sera sei con me”, e lei, l’amica, aveva annuito, capito, compreso che stava chiedendo una mano e non si era tirata indietro. Perché ci sarebbero potute essere persone in grado di complicare le cose e stavolta la ragazza non voleva essere sola.

Quattro chiacchiere, “Stai qui, può essere che la convince e fa un figlio davvero” e la ragazza era rimasta nel bar con tre ‘forestieri’ cercando di mantenere la conversazione  sul frivolo, mentre l’amica era uscita in strada. Ma provare a spiegare se vuoi o non vuoi un figlio e a che età non è la cosa più semplice se la musica è alta, se puoi essere fraintesa (e sticazzi, però) e se non puoi dire chiaramente perché. Maschio, femmina e poi cosa scrivi, chi ti legge. “Pochi per la verità”, “Ah già fai l’agenzia”. E occhiate da lontano con l’amica.

Margarita, una sigaretta, incontri con persone che si presentano con nome e cognome. “Ma qui si usa così?”, “No, per carità”. Poi la strada verso le macchine e l’edicola aperta. Le due amiche si erano fermate per comprare i giornali. In prima, di spalla, un articolo che aveva colpito entrambe. Il resto del gruppo aveva un po’ protestato. “E va be’, ma questo è lavoro”, “D’accordo, li mettiamo via”.

Eccolo il momento: i saluti e gli auguri prima di rimettersi in macchina e tornare ognuno a casa sua. “Buon Natale” e la ragazza aveva allungato la mano verso di lui tenendo in mano la busta rossa, una letterina. Poi via. Let it be.

“Potevi farlo in maniera diversa”, ridacchiava l’amica mentre si rimettevano in auto, da sole. E tutte e due, in macchina, avevano riaperto il giornale ancora fresco di stampa e in silenzio leggevano lo stesso articolo. “E’ un momento che andrebbe fotografato, se ci fosse con noi una terza persona”. Ma no, non c’era nessun altro e quella foto non è stata scattata.

p.s. “Secondo me l’ha letto ad alta voce”. Sì, tipo letterina di Natale

“Casa, terra e lavoro”

“Sotto l’albero casa, terra e lavoro”. Caldoro forse si sente un po’ Babbo Natale, mentre lo dice. In linea di principio i provvedimenti della Regione possono anche essere buoni, ma è da vedere nei fatti cosa accade. E soprattutto se, nei bandi per il Piano lavoro, c’è davvero qualcosa anche per noi targato gs o cs.

Prima di arrivare a Santa Lucia, ho fatto in tempo a tamponare uno che si è fermato in curva, all’improvviso. Io non l’ho visto e ci sono andata a sbattere. Mo, lui ha ragione e io torto, però non è che ci si può fermare in curva come se niente fosse. Niente di rotto, ma tanta paura.

È stata una conferenza “interassessoriale” come l’ha definita Nappi, l’assessore al Lavoro. Nell’ordine ci hanno spiegato Piano Casa versione 2010 (e io l’avevo imparato a memoria, avendo seguito la cosa dalla prima stesura con Bassolino e poi i Consigli infiniti), poi il piano di sviluppo rurale e, dulcis in fundo, i primi bandi per il lavoro.

I miei ci hanno mandate in due, ma una soltanto ce l’avrebbe fatta lo stesso, come dimostra anche il fatto che tutti gli altri erano soli. Ad ogni modo, io ho seguito casa e lavoro, mentre l’altra collaboratrice il piano agricoltura.

Stavolta c’era anche la socia. Meglio così, certe cose, in due, si affrontano meglio. Perché è tutto il contorno, a volte, che complica fatti semplicissimi. Al termine della triplice conferenza – “Avanti il prossimo”, sembrava di stare a un esame all’università – io e la socia siamo andate a occupare i pc nella stanza di Nappi, che per un po’ è diventata la redazione dei giornalisti randagi.

C’è una cosa su tutte che mi ha colpito e che nei pezzi non ho scritto. Nappi, prima di andare via ha detto che se il lavoro è stato fatto in tempi record “è grazie a un gruppo di persone che in cambio ha ricevuto solo il mio grazie”. Tra queste c’è una nostra amica, quella che da quando si è insediata la nuova Giunta, noi non siamo state in grado di incontrare perché lei arrivava distrutta a sera.

L.

And so this is Christmas

C’è di nuovo che era arrivato Natale ma io non me n’ero mica accorta, presa com’ero dal mio esame. Grouchy Panda invece sì, infatti quando in camera ho portato il piccolo alberello che papà mi comprò tanti anni fa (perché io volevo il MIO albero nella MIA camera) s’è subito messo in posa. La foto l’ho mandata subito alla socia 😀

Qui a Napoli fa un freddo cane, roba raramente vista dalle nostre parti. Io il freddo lo odio, eppure stasera, camminando un po’ per i negozi, quell’aria pungente quasi di neve (perché il meteo ora dà neve, anche se fiocchi non se ne vedono) quasi mi è piaciuta. Ho finito presto perché sono andata a seguire l’elezione del presidente dell’Unione Industriali di Napoli, e io e il mio collega ci siamo organizzati benissimo: lui ha iniziato a inserire le informazioni sul neopresidente e la sua squadra, io nei momenti morti della conferenza gli ho scritto dal mio blackberry cosa stavano dicendo e poi, appena finito il tutto, l’ho chiamato e dettato il resto. Risultato: lavoro finito in tempi record e in rete prima delle altre agenzie.

C’è che subito dopo l’esame e la gita a Roma io e la socia siamo tornate a pieno ritmo al nostro lavoro, da vere gs o cs, nonostante il freddo che ti invoglia a non uscire dal letto. La verità è che nei giorni di stop che mi ero imposta per studiare il lavoro mi è mancato tanto. Perché in fondo è quello che siamo, l’esame è soltanto una prova. E qui continuano a succedere tante cose, che starne lontano è una sofferenza.