Archivi tag: perché fare il giornalista è sempre meglio che lavorare

Il cavallo bianco di Napoleone

Chi fu la prima donna presidente della Camera?
Come si svolge il processo penale?
Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?
Succede che quando devi fare l’orale dell’esame di giornalismo ti immagini le domande più strane. Io per esempio vorrei che mi chiedessero come si chama la collezione “easy” di jimmy choo. Per il resto studi, ripeti, sfogli, leggi i giornali, riguardi gli appunti. Nel pomeriggio partiamo alla conquista di Roma. Io, la socia, e un accompagnatore d’eccezione. Lì c’è anche uno dei compagni d’avventura dello scritto all’Ergife.

Ho una tesina che potrebbe mettermi i bastoni tra le ruote. Perché “lei così si fa un sacco di nemici per colpa mia” ha detto il mio argomento, il sindaco Iervolino.
Perché ho scelto la Iervolino? Perché io sono così, finisco per mettermi sempre nei guai. Sperando che domani la commissione sia clemente.
Ah, io lo so di che colore era il cavallo bianco di Napoleone.

A.

“È la guerra civile” (Back to Naples)

Dopo ore nel letto a cercare la forza di alzarmi, scendo con l’idea di fare qualche servizio e passare in redazione per raccontare di ieri. È stata una giornata distruttiva e a dir la verità mi sento ancora sotto shock. Scendo sentendomi completamente fuori dal mondo. Cioè, le notizie di nazionale da mandare a memoria, giorni di poco lavoro, il viaggio, l’ansia, lo stress, roma, l’esame… Sapere cosa succede perché lo leggo distrattamente in quelle pagine di locale che mai come ora non mi interessano minimamente.

Stamattina mi sentivo come fossi tornata dopo anni d’assenza.

Ero a via Roma in un negozio. Un botto, urla, rumori. Pago e mi piombo fuori mentre la commessa urla che “Ma che è, da noi a Roma stanno a fà manifestazioni tutti i giorni e ste cose non se vedono pe’ niente”. Io e la sua collega ci guardiamo avvilite, lei prova a dire che è “un momento un po’ particolare, ne hanno arrestati parecchi”…e la romana le risponde schifata “E me pare il minimo, ma che siete matti?”. Silenzio, io mi defilo. Esco fuori ed è la guerriglia urbana. Anzi “la guerra civile”, come dice la gente che s’affolla, e scappa, e urla e chiede che è successo.

Fioriere rovesciate, le piantine sono dieci metri più in là. Al centro della strada ci sono due automobili della telecom, più furgoncini in verità, grottescamente ribaltate su un lato. Poverine, fanno sorridere, sembrano giocattoli, le macchinine con cui giocavamo da piccoli. “Mi sono visto una trentina di loro venirmi incontro, mi sono fottuto di paura, sono sceso dalla macchina e l’ho chiusa, poi sono scappata. Manco dieci metri e l’hanno ribaltata”. Ma chi erano? “Ma che ne so, erano grossi, il volto coperto da sciarpe, cappucci, cappelli. Hanno buttato tutto per aria e poi sono scappati per i quartieri”. La gente continua a riversarsi in strada, s’avvicinano intanto le camionette della polizia e gli agenti in tenuta antisommossa. “Era un gruppo di disoccupati organizzati che s’è staccato dal corteo degli studenti e ha fatto un raid” ci spiegano “speriamo che qualche telecamera ripreso qualcosa”. E scuotono la testa.

Arriva un’ambulanza, poi i vigili del fuoco che rimettono in piedi le povere automobiline. Intanto uno dei ragazzi della Telecom, con il decoder Alice sotto al braccio, non ha smesso di lavorare e parla coi suoi capi del problema riscontrato dal cliente. Sul posto c’erano un paio di colleghi, tutti capitati lì per caso. C’ha fatto sorridere questa cosa, era proprio “stare sulla notizia”. Chiamate alle proprie testate, arrivano i fotografi e noi, dopo le ultime verifiche, ci salutiamo.

La mia città stamattina m’ha salutato così, mi ha ricordato chi sono. E pazienza se non ne ho scritto perché alla mia redazione serviva altro. Era il “bentornata” della cronaca.

A.

Legge 69/1963, art. 32

La sveglia alle 6 e mezza (una decina di sveglie a cinque minuti dall’altra, per sicurezza), appuntamento alle 7 e un quarto all’ascensore, “oh allora prendete voi i giornali per tutti? Ma grazieee”, la doccia calda, i giornali, un rito talmente antico che non so più quand’è iniziato, qualche telefonata, un messaggio di un collega con cui hai condiviso un po’ quest’avventura.

Poi il sonno.

La giornata, del resto era iniziata presto. Avevo dormito poco perché domenica sera ero andata alla festa della mia migliore amica e ieri mattina mi ero alzata prima della sveglia. E poi la valigia da preparare, prendi il computer, i documenti, la cioccolata, controlla che ci sia tutto. Corri che c’è chi ti accompagna all’appuntamento lasciandoti un portafortuna.

Il viaggio verso Roma è più lungo del previsto perché ci fermiamo mille volte a chiacchierare tra noi e con gli occupanti dell’altra auto, svuotando gli autogrill di ogni genere alimentare e quotidiano o settimanale che ci sembra valido o quantomeno interessante.

Dopo circa 6 ore intravediamo il cartello dell’Ergife e io sorrido perché penso a tutte le volte che sono passata di qui dicendo: “Qui si fanno gli esami… Chissà se ce la farò a venir ci”.

Eccoci qui. Ci sistemiamo nelle nostre camere e io mi ritrovo in fondo a un corridoio con nessun altro vicino, le luci che s’accendono man mano che cammini e il terrore di trovarmi davanti un triciclo. Meglio andare giù tutti insieme, carpire suggerimenti e consigli e poi andare a mangiare la pizza di rito croccante, romana, che è meglio mandare giù con una birra. Saluti, ancora in bocca al lupo.

Un rumore, occhi spalancati. Che ore sono? Poco dopo le cinque. Meglio dormire, niente da fare. Il fantasma ha svegliato anche me in quest’angolo sperduto di Roma. Mi arrendo al freddo del mattino che non è ancora arrivato e lo aspetto preparando la roba, la doccia, quei piccoli gesti della routine mattutina, un ultimo ripasso (poi rivelatosi del tutto inutile).

L’impazienza. Ma i giornali? Andiamo a fare colazione con un pessimo caffè che mi mette di cattivo umore e non allevia il mio mal di testa, mentre gli australiani che ci circondano ingurgitano uova strapazzate zeppe di pepe alternandole con un sorso di cappuccino, un morso al cornetto imbottito con burro formaggio e prosciutto e mezzo bicchiere di succo d’arancia. Meglio fuggire. Cinque minuti di conversazione bastano a farci capire che abbiamo bisogno di silenzio. Un po’ di tempo per mandare a memoria le parti del giornale che ci interessano.

Appuntamento alle 8.20 giù nella hall e lì inizia al bello. Fa un freddo cane e l’istinto suggerisce di rintanarsi al chiuso, ma bisogna resistere. Dopo file, corse a posare le borse, ipotesi sui possibili quiz, ultimi sguardi fugaci al giornale si entra.

L’impatto è tremendo. Troppa gente, troppa ansia concentrata pronta ad assalirti.

Il mio nome è su un cartello ma il presidente mi chiede se posso spostarmi. “Hai vinto un premio”. In realtà non lo è stato affatto, ma questo l’ho scoperto solo dopo.

Tra la schermata bianca del mio mac e il via ufficiale passa troppo tempo, e io ho mal di testa. Qualcuno scrive già ma io non lo imito: cosa faccio in quelle sei ore altrimenti, io che sono abituata ad andare di fretta?

Il tempo dell’esame è quello già raccontato da molti ed è un mix di nervi saldi e momenti d’isteria. Le domande sono più difficili di quello che immaginavo e la traccia ha un taglio diverso. Le difficoltà ci sono e qualche piccola mano arriva solo alla fine, per di più in versioni contrastanti che ci mandano al manicomio.

In qualche modo il tempo finisce o forse sono solamente io che m’arrendo e non ce la faccio più, consegno tutto e fuggo via alla ricerca degli ultimi raggi di sole di questo tiepido pomeriggio romano. Poco soddisfacente, come tutto il resto. Mi resta addosso una confusione pazzesca e la sensazione di smarrimento difficile da scacciare di chi aveva rimosso ci fosse un dopo.

E poi ci sono altre ore in autostrada, un panino mangiato distrattamente in autogrill, le telefonate, molte risate.

Finalmente casa, con la voglia di non pensare più. Almeno per un po’.

A.

It’s a beautiful day (don’t let it get away)

Premessa: sono una donna distrutta. Tanto per fare un esempio ieri sono scesa alle 9 e mezza, ho seguito il corso, fatto la simulazione dell’esame, poi sono andata in redazione. E sono tornata alle 22.30. Roba che nel fare i titoli pensavo, come si suol dire, alle vacche in Puglia e pure un poco a com’era bello quando in una giornata avevo non dico tempo libero, ma almeno quello di fumare una sigaretta.

E comunque il corso è quasi finito e io sono contenta perché sinceramente non tengo né la capa né l’età di stare 8 ore al giorno seduta a seguire lezioni. In realtà non l’ho mai avuto e mi sono sempre data alla nobile arte del cazzeggio, ma se qui scappassi dal corso dovrei andare a lavorare e quindi comunque non risolvo molto.

Oggi però scappo davvero perché vado al concerto degli U2, con un biglietto preso talmente tanto tempo fa che nel frattempo tantissime cose sono cambiate.

Tolta l’unica nota positiva di questa settimana, vorrei avere un po’ di tempo per pensare.

E anche per studiare perché io, ad essere onesti, non ho ancora capito da quanti membri è composto il Consiglio di Stato e chi li nomina. Vorrei anche riflettere sul fatto che sono sempre stata convinta che avrei fatto il compito di politica, e invece alle due simulazioni che abbiamo fatto in questa settimana mi sono buttata sul pezzo di cronaca con le agenzie, perché mi sono fatta sostanzialmente prendere dal panico e avevo paura, con il tema, di  andare fuori traccia o dimenticare di raccontare un passaggio importante o ancora abbandonarmi a commenti (non opinioni, commenti). Vedremo. La sintesi invece ho scoperto che non mi spaventa. Mi spaventerebbe sintetizzare in 30 righe un fatto denso di cronaca, perché ho la tendenza ad essere prolissa. Ma se mi danno, come pare, una pagina in cui non c’è una notizia degna di questo nome manco a pagarla oro, beh, lì non è più tanto difficile.

Ps. A me il fatto di Sarah Scazzi, dello zio orco e della mamma che scopre tutto in diretta a “Chi l’ha visto?” ha fatto davvero venire il freddo addosso. Anche perché in questi giorni sto approfondendo i limiti del diritto di cronaca.

A.

Fanno strada le ragazze che si lasciano invidiare

Sono stanca.

Stanca, stanca.

Ora vorrei farmi una corsetta sul lungomare e andare in Consiglio con la socia e invece devo tornare al corso.

Mi sento un po’ fuori dal mondo, sono tre giorni che non lavoro e sto impazzendo.

Ieri per esempio c’era una riunione politica e io sono impazzita al pensiero che non ne potevo scrivere e per sapere che è successo dovevo affidarmi alle agenzie, ai giornali. Cioè, io devo leggere dagli altri? Pazzesco. Il corso non mi piace per il semplice motivo che mi sono annoiata ogni singolo giorno di lezione della mia vita. E poici sono i saccentoni insopportabili, mentre io sto lì zitta  e ascolto perché, avendo studiato poco, ogni informazione per me è vitale. È ben noto infatti che io, come saccente ma geniale, ho una reputazione da difendere e dunque evito di parlare a sproposito e soprattutto di interrompere fastidiosamente il presidente del Tribunale che poi va a finire che me lo ritrovo di fronte per un caso di diffamazione e magari lui se lo ricorda.

Oggi faremo la correzione della prima simulazione, speriamo bene. Anche se so che sul questionario ho fatto un disastro, ma almeno non ho scritto, come so che ha fatto un ragazzo, che l’ingiuria “è l’insulto che avviene in una stanza chiusa”. Molto da imparare, poco da ridere, ma insomma, qualche bel momento non ce lo facciamo mancare.

La cosa peggiore, se è possibile ci sia di peggio oltre la saccenza degli ignoranti, è che questi ragazzi puzzano. Non ho capito se si lavano poco, affatto,male, in ogni caso è certo che non usano il deodorante.

Avrei sperato di incontrare qualche collega “amico”. Un paio di volti conosciuti ce ne sono , ma non sono quelli con cui rido e scherzo ogni giorno della mia esistenza lavorativa. E questo mi dispiace perché mi avrebbe rassicurato molto.

Nel frattempo in Italia ci sono notizie bomba: Fini ha fondato il suo partito. No, non lo aveva già fatto prima perché quella era una corrente interna al Pdl, un po’ come nella Dc, e poi un movimento. A proposito, ora che ci penso è meglio che mi riguardi qualcosa della Dc. O potrei chiedere a mammà, se solo la vedessi.

Ah, Tiziano Ferro è felice di essere gay. Sì, sì, è gay. (Ma dai???).

E per intenderci, i bastardi erano altri.

E ora sto sentendo questa qui Le ragazze, Gianna Nannini

A.

La paranza

A volte non fa niente se è stata una giornata di merda, se lo sarà pure quella di dopo, se esiste il Pd, il Pdl, la cronaca e pure la metropoli.

Non fa niente pure se lavori come una pazza e non vedi una lira da due mesi (ma questo al direttore di banca come lo spieghi?)

A fine giornata ci sono degli amici che ti aspettano. Qualcuno è stanco come te, qualcuno è malato, qualcuno è preoccupato. Qualcuno è pure rimasto bloccato nel traffico.

Basta poco, a volte, per ricordarsi che c’è altro. Oltre la politica, oltre la pagina, oltre il pezzo da scrivere senza dimenticare nulla solo per sentirsi a posto con la propria coscienza, che altre ricompense non ce ne sono.

A..

Lavoro, lavoro

Questo è quanto accade dalle nostre parti.

Accade che i disoccupati paralizzino la città, minaccino assessori, salgano sul tetto del Comune e imbrattino i muri ancora profumati di vernice fresca.

Accade pure, ed è successo ieri, che salgano sul Palazzo Reale ma che poi uno di loro non abbia saputo scendere. E sono dovuti arrivare i vigili del fuoco.

Nel frattempo io e la socia eravamo in giro per la città, purtroppo non insieme.

E non saremo insieme nemmeno oggi, lei andrà a sentire che stanotte hanno costruito il termovalorizzatore di Napoli est, e io che sì, va tutto bene, no non perderemo le elezioni, sì ma le primarie le dobbiamo fare perché ci appartengono però alla fine se non le facciamo sti cazzi, e comunque Berlusconi ieri ha retto ma è chiaro che non ha più la maggioranza, ed è brutto e cattivo perché se la prende con noi, tra l’altro noi la differenziata la facciamo pure quando troviamo i bidoni.

Tutto questo mentre c’è la partita e io bestemmierò ogni loro avo vivente o meno.

A.