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“Tu da me che vuò?”

Sepe mi scomunicherà. Mi arriverà un telegramma a casa con il seguente testo. “Scomunicata. Stop”. E sì perché ogni volta che a Sepe c’è da chiedere qualcosa di scomodo mandano me. La cosa ovviamente mi diverte. E oggi lui si è superato. In passato mi ha risposto: “Non ne so nulla”. L’argomento, questa come le altre volte, era l’inchiesta sugli appalti del G8 nella quale lui è coinvolto e per la quale ci sono novità e di nuovo è spuntato il suo nome.

Stavolta, quando mi ha vista, ha storto un po’ la faccia. Lo sapeva. Era in compagnia di un prete cinese, al quale ha presentato le altre due colleghe e poi ha detto: “E poi c’ sta chesta piccerella”, che sarei io. Ci ha rifilato il cinese per parlare della causa di beatificazione di un tipo dal nome impronunciabile. Lui è rimasto lì accanto. L’ho chiamato, ho detto: “Eminenza, e lei non ci parla?”. Lui: “E di cosa?”. Intanto del convegno perché ci devo fare un pezzullo. Poi ho provato a chiedergli di Fincantieri e già qui non ha voluto dire nulla. La terza domanda non me l’ha nemmeno fatta fare, è fuggito.

No, non mi sono arresa, perché lui mi diverte. L’ho seguito giù nella sala del convegno, pensando che davanti alle telecamere fosse più… morbido. Ha voluto sapere prima di cosa si trattasse. Io ero lì con il mio registratore e reggevo un microfono non mio. Terminata la sua dichiarazione sul cinese (e nel frattempo mi guardava con la coda dell’occhio e io ridacchiavo), mi ha guardato e detto: “Tu da me, che vuò?”. Ma il tempo di porgliela la domanda non me l’ha dato, è fuggito di nuovo. Io lo chiamavo: “Eminenza, eminenza”, ma lui non si è girato più.

La mia redazione ha deciso di farmi scrivere quello che era accaduto. Così qualche minuto prima delle 18, in rete c’era il lancio con il titolo: INCHIESTA G8: SEPE DRIBBLA CRONISTI. Quella cronista ero io, stavolta per me è stato usato il pluralis maiestatis.

L.

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