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Rotolando verso SudD

Sono stanca morta.

Non che oggi abbia fatto chissà cosa, rispetto ad altre giornate decisamente peggiori, però il venerdì mi crolla addosso la stanchezza di tutta la settimana. Sono andata alla fondazione Sudd, quella di Bassolino, che ha parlato di tutto lo scibile umano e in particolare di rifiuti. Questo dopo essersi lasciato andare al ricordo dolceamaro dei suoi tempi da sindaco, quando sognava d’essere il nuovo Comandante (a proposito, su Achille Lauro c’è un libro di Carlo Maria Lomartire intitolato proprio ‘O comandante, molto carino. L’ho letto perché all’epoca lavoravo da Guida e organizzai la presentazione nella Saletta Rossa. Venne proprio Bassolino e lì effettivamente si autoidentificò come il nuovo Lauro) e decise di porre fine alle mani sulla città facendo il nuovo piano regolatore. Che però c’ha dei limiti e lo ha ammesso lui stesso. Intanto è andata a finire che “se uno vuole ristrutturare il cortile di un palazzo non ci riesce, bisognava, fatte le regole, ideare degli strumenti per snellire i tempi”. E poi il progetto periferie è fallito, perché “si voleva ampliare la società, creare un ceto medio a Scampia. La metropolitana doveva portare dalla periferia in centro, ma anche dal centro in periferia, però non non ci siamo riusciti”. Intanto però,e l’ha detto con orgoglio, come non lo vedevo fare da tempo visto che alla fine del suo governo gli arrivavano coppetielli da tutte le parti, Napoli è stata la prima città a dotarsi del Prg post elezione diretta del sindaco. Siccome lui è il primo sindaco eletto direttamente dal popolo, Bassolino è stato il primo a fare il Prg. Non come Milano, ha detto lui, che ha scelto di non dotarsi le regole. Però a Milano l’economia funziona. “In assenza di regole, a Napoli c’erano i palazzinari”. A quel punto, quando ha iniziato a raccontare del consiglio comunale che lo accusava di voler costruire troppo a Bagnoli, e ricordando che a quell’epoca si riuniva ancora nella sala dei Baroni, ho pensato che forse Francesco Rosi con “Le mani sulla città” ha fatto qualche danno collaterale.

Ringalluzzito dal fatto che ormai gli insulti di tutta Italia se li prende solo Rosetta, vedi sui rifiuti, ha rivendicato il suo valore politico:”Per tutto un ciclo ci siamo mossi su alcune idee. Quali sono quelle dei prossimi anni? Stento a vederle, e invece bisognerebbe concentrarsi proprio su questo”. Affianco a lui c’era Andrea Cozzolino, uno che potrebbe scende in campo per le primarie, e giustamente taceva. Perché su una cosa a Bassolino proprio non gli si può dare torto: qui di idee ce ne sono ben poche. Vorrei essere fiduciosa per il futuro, ma gli atti di fede non fanno per me. Ad ogni modo, dopo aver ricordato che nell’emergenza 2008 che per lui era tre anni fa c’era corresponsabilità e che però all’epoca s’è fatta solo campagna elettorale sui rifiuti per cui nessuno ha pensato a soluzioni strutturali, e suggerito a Berlusconi di acchiappare Bersani e qualche tecnico qualificato per trovare una soluzione, ha finalmente smesso di parlare e io e i colleghi siamo scappati.

A casa sono arrivata alle 8 e mezza, avevo un’apertura più altre 40 righe da scrivere ed era l’onomastico di mio padre per cui c’era gente a cena. Ho scritto talmente in fretta che potrebbe essere uscito di tutto, per sedermi a tavola col fiatone quando mamma ha portato la pasta (tempismo miracoloso). Ma quando mia cugina mi ha chiesto di scendere a bere una cosa proprio non ce l’ho fatta e ho detto di no, anche se avrei voluto. Il fatto è che domattina non posso dormire, perché alle 10 devo essere all’Ordine per il seminario, ci incontriamo per discutere delle tesine e dell’orale che non sappiamo quando sarà perché all’Odg nazionale si sono dimenticati di noi. E io non ho nemmeno una tesina che mi piaccia.

A.

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Perché finisce tutto qui se te ne vai

Ieri Bertolaso ha detto ‘Ciao’. Lui qui ha finito e quindi saluta e se ne va. Intanto Cava Sari ha riaperto, ieri sera sono cominciati i primi sversamenti, 50 autocompattatori per cominciare e solo rifiuti dei 18 Comuni della zona rossa. Poi, a regime, è stato stabilito che non sarà superato il tetto delle 700 tonnellate di rifiuti al giorno.

L’emergenza è finita, dicono loro, però la foto della socia parla chiaro: per strada c’è ancora troppa monnezza e puzza un po’ dappertutto. Ieri ho finito alle 22, tutto sommato un orario normale per l’addio a Bertolaso. E grazie a un collega ho fatto un’altra B, un’altra notizia con le stelline sulla riapertura di Cava Sari.

Stamattina è stata dura tornare alla normalità e alla semplicità delle conferenze, delle situazioni in cui è il politico che convoca la stampa e tu devi stare a sentire e porre dopo le tue domande. Facile dopo i giorni trascorsi a intercettare sindaci, Bertolaso, Caldoro e compagnia bella che non avevano sempre voglia di dirti cosa era successo nelle riunioni in Prefettura.

Ma si deve fare, riposare in attesa della prossima volta in cui sarò di guardia davanti a un palazzo (e speriamo insieme alla socia come accadde tra dicembre 2008 e gennaio 2009). E allora andiamo pure a sentire cos’è l’housing sociale e perché è meglio dei vecchi modelli di edilizia popolare. Non più quartieri ghetto dove si concentra quella gente che, nel linguaggio politically correct, viene definita “le fasce deboli” e per il reddito e per le condizioni di disagio sociale. Piuttosto occorre pensare a servizi, cinema, pub per i ragazzi. E ci hanno messo un bel po’ di tempo a capire che le vele di Scampia non potevano portare a nulla di buono senza servizi né supermercati né niente. Quelle vele che ora rappresentano il degrado e il fallimento di chi le ha volute, quelle stesse vele che il sovrintendente vorrebbe non fossero abbattute perché rappresentative dell’architettura degli anni ’70. (Furono realizzate dopo l’approvazione della legge 167/1962 e costruite negli anni a seguire)

E adesso la Campania si appresta ad accogliere altri 16 mila e passa alloggi che, però, non saranno destinati solo alle case ad uso sociale, ma anche ad abitazioni per chi vorrà comprarle. La mia domanda é: chi vorrà farlo sapendo che ci saranno case popolari assegnate a volta anche a gente che se ne frega di regole e legalità e rispetto?

L.

 

Un giorno lungo 48 ore

Sono stati giorni intensi. Giorni senza tempo nemmeno per mangiare, pensare. Giusto qualche minuto per sentire al telefono la socia, che quanto a impegni non è seconda a nessuno, e poi scambi continui di messaggi perché diversamente non sarebbe possibile.

Venerdì e sabato sono stati un unico giorno, senza interruzione. Un po’ per il lavoro un po’ per il dopolavoro, tra feste e concerti. E più cerchi di finire presto perché hai la vita che ti aspetta più le cose si complicano e resti bloccato in posti dove non prende il telefono, ascoltando sindaco e assessori che dicono: “L’università a Scampia si farà, è una cosa che non si discute” o davanti a una chiesa per capire se quel prete, che a luglio è stato sorpreso in tangenziale a Napoli, mentre faceva sesso con una 15enne, è davvero stato trasferito lì.

Non basta alzarsi presto la mattina, dopo aver fatto tardi la sera prima, per andare al Cardarelli dove hanno rinnovato un padiglione (con i mobili di Ikea, secondo alcune fonti molto molto attendibili). Mentre stai scrivendo dal pc di una redazione che non è la tua, il capo ti chiama e ti dice: “Quando avrai finito, perché a un certo punto dovrai pur finire, vai a fare un giro alla chiesa di Santa Lucia a Mare e cerca di capire se è vero o meno che quel prete sospeso sia stato trasferito lì e dica messa”.

Quando sono arrivata, di corsa e senza mangiare – fatta eccezione per una ‘camilla’ che mi aveva dato un collega e qualche caramella alla violetta – ho trovato quelli di Sky in cerca, come me, di qualcosa. Poi loro sono andati via, accontentandosi delle voci della gente e io sono rimasta sola.

Un paio di telefonate, i minuti gratis del piano tariffario che finiscono, un messaggio completamente inaspettato, i contatti giusti e la giusta faccia tosta e tenera per entrare in chiesa, andare dal diacono e parlargli. Ce l’ho fatta, anche se ormai erano passate le 18 e io avrei voluto girare per negozi invece di star lì, da sola. E poi ho scritto, tanto. Ero felice e il mio capo è stato contento. In un attimo, mentre mi diceva: ‘Brava!’, ho dimenticato la fame, la stanchezza, il raffreddore e che erano le otto passate di sabato sera e io non sapevo se sarei riuscita a tornare a casa perché “se esce il sei al Superenalotto, vai tu”.

Ho esultato quando dall’altra stanza ho sentito un mio collega che diceva: “Nessun sei”. Altrimenti sarei dovuta andare e allora venerdì e sabato non sarebbero stati un giorno di 48 ore, ma infinito.

L.